COME SI DIVENTA TRADUTTORI

Convegno a cura di Ilide Carmignani ed Elena Rolla
Fiera del Libro di Torino, 17 maggio 2002

Interventi di
Stefano Arduini (Università di Urbino), Peter Bush (BCLT - University of East Anglia)
Enrico Ganni (Einaudi), Luca Guerneri (Università di Bologna)
Antonio Melis (Università di Siena), Magda Olivetti (SETL), Giorgio Pinotti (Adelphi)

 

Oggi, in Italia, quasi la metà dei libri venduti sono traduzioni. Nel campo della narrativa la percentuale sale al 69,2 %, oltre due romanzi su tre (dati Istat) e la tendenza è in aumento. Ma come sono giunti a esercitare questo mestiere le centinaia di traduttori italiani che si nascondono dietro cifre così imponenti? Come si sono formati per svolgere uno dei più alti compiti di mediazione culturale fra paesi di lingua diversa?

 

Fino a qualche anno fa i traduttori erano autodidatti, spesso provenienti da ambiti culturali molto diversi. L'Università non offriva alcun percorso specifico di formazione e le Scuole Interpreti e Traduttori si interessavano solo al settore tecnico. Oggi, fortunatamente, non è più così: si moltiplicano le scuole, i master, i seminari di traduzione e la stessa Università ha appena creato, con la riforma, corsi di laurea e dottorati.

 

Ma qual è la formazione ideale del traduttore? Come orientarsi nell'offerta formativa italiana? In che modo vengono preparati i traduttori negli altri paesi europei? E infine, last but not least, quali competenze cercano le case editrici quando selezionano i loro traduttori?

 

Stefano Arduini, Peter Bush, Luca Guerneri, Antonio Melis e Magda Olivetti, che da anni si occupano di formazione, cercheranno di tracciare un panorama della situazione italiana ed europea, mentre Enrico Ganni e Giorgio Pinotti porteranno la testimonianza di due importanti case editrici, Einaudi e Adelphi.

 

INTERVENTI

 

 STEFANO ARDUINI

 È professore associato di Linguistica generale alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Urbino, dove insegna dal 1986, e direttore della Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori San Pellegrino (Misano Adriatico, Rimini). È presidente di Co.F.L.I.T., Consorzio per la Formazione Superiore Interpreti e Traduttori (Scuole Superiori per Interpreti e Traduttori di Roma, Varese, Como, Mantova, Pisa, Venezia, Trento, Torino), vicedirettore del Leuven Research Centre for Translation, Communication and Cultures dell'Università di Lovanio (Belgio) e consultant del Nida Institute for Biblical Scholarship di New York. È direttore della rivista di traduttologia Koiné.

 

 La formazione del traduttore

 

  Il tema di questa tavola rotonda è la formazione del traduttore ed il suo inserimento nel mondo del lavoro. Posso parlare solo per l'esperienza che mi deriva dal dirigere, ormai da sei anni, un corso di traduzione editoriale e dallo stare progettando alla mia Università (Urbino) un master per redattori per l'editoria (che dovrebbe iniziare il prossimo anno accademico). Coodirigo anche il Centre for Translation and Communication Culture dell'Università di Lovanio e forse per questo sono stato chiamato qui per parlare un po' anche di teoria. Ma non vi spaventate, trattare di teoria significa per me trattare soprattutto di quelle che sono le idee sulla traduzione che circolano in un certo periodo e come esse possono influenzare il lavoro del traduttore. Ovviamente non ha nulla a che fare con il proporre norme o indicazioni. In questo senso parlare di teoria può qualche volta essere utile perché permette a chi lavora nel campo della traduzione: traduttori, redattori, editor, editori ecc. di riflettere su quelle che sono le idee che le istituzioni  e la società hanno sulla traduzione; idee che stanno sotto al loro lavoro e che non sempre sono del tutto evidenti ma che condizionano le pratiche traduttive.

  Potremmo iniziare dicendo che parlare di traduzione letteraria e del mestiere del traduttore è diventato molto difficile negli ultimi anni. La difficoltà deriva da una sorta di perdita di innocenza nell'idea di cosa sia la traduzione. Come sapete le idee che si hanno su cosa sia la traduzione, come di qualunque altra pratica sociale, cambiano con le epoche e fino a non molto tempo fa l'idea dominante, non solo dei critici ma anche degli editori, era che la traduzione fosse soprattutto comunicazione. Si trattava di riprodurre, come scriveva il buon Mounin, "l'équivalent naturel le plus proche du message de la langue du départ, d'abord quant à la signification, puis au style"[1].

  Un'idea di traduzione di questo tipo tende a eliminare il più possibile il fatto che il lavoro di traduzione sia opera di un individuo con una soggettività più o meno forte. Ma, come ha scritto Barbara Godard[2], eliminare le marche della soggettività porta a cancellare le tracce del traduttore, poiché la fusione dei due testi rende invisibile il suo lavoro di traduzione. In altre parole viene cancellata la duplice attività di lettura e scrittura, la quale si riduce a mano invisibile che trasforma meccanicamente le parole da una lingua ad un'altra, in questo senso la traduzione è pura copia e non espressione creativa. È in questo senso che si è potuto parlare di invisibilità del traduttore. Questo è facilmente comprensibile pensando al poco risalto che fino a non molto tempo fa si dava al nome stesso del traduttore, quando addirittura il nome non appariva del tutto. Con l'eccezione dei grandi scrittori che traducevano, ma in quel caso si trattava  dello scrittore e non dell'opera tradotta.

  Credo che sia un dovere verso l'etica del tradurre mostrare ad esempio il perché di questo, perché il traduttore è stato collocato in una sorta di periferia intellettuale quando in realtà la traduzione è uno degli strumenti centrali di formazione di una identità culturale. Lawrence Venuti ha scritto che la traduzione esercita un potere di gran lunga superiore a quello che pensiamo perché è fondamentale nella costruzione della propria identità nei confronti delle altre culture[3]. La scelta dei testi e lo sviluppo di strategie traduttive può selezionare dei canoni letterari stranieri in rapporto ai valori estetici della cultura d'arrivo, in cui si manifestano esclusioni e ammissioni. Si tracciano così linee di divisione fra ciò che è centro e periferia. I modelli traduttivi consolidati riescono a fissare stereotipi attraverso cui percepire le culture straniere, escludendo valori, contrasti e conflitti che la cultura d'arrivo non giudica in quel momento rilevanti.

Credo sia abbastanza importante comprendere che i valori che stanno sotto i canoni sono di solito di tipo istituzionale o professionale e sono inizialmente definiti dalle istituzioni e dagli specialisti, editori, critici e successivamente assimilati dai traduttori che possono accettare incondizionatamente, mettere in discussione o revisionare i canoni. Come ancora scrive Venuti qualsiasi valutazione di un progetto traduttivo non può prescindere dal considerare le strategie discorsive impiegate, il loro assetto istituzionale, le funzioni sociali e gli effetti.

 Tutto questo ci dice che la traduzione non è dunque un semplice problema di lingua e comunicazione ma implica il ruolo che il traduttore svolge in una certa società.

  Non penso che sia ininfluente che un traduttore abbia o no questo tipo di coscienza e dunque questo tipo di cose debbono essere dette a chi intende fare questa professione.

  Solo in tal senso può e deve trovare spazio un discorso teorico e critico. Esso serve a dare una collocazione e un ruolo preciso al traduttore in una società. Quando parlo di teoria mi riferisco dunque alla possibilità di interrogarsi su alcune questioni di fondo senza rifugiarsi nel puro normativismo. Voglio dire che vi è teoria ogni volta che le premesse di un discorso non sono più accettate da tutti ed è quindi necessario un grande lavoro di ripensamento e riorganizzazione delle conoscenze. Fare teoria è dunque in qualche modo un dichiarazione di opposizione, fondamentalmente sovversiva, che solo l'istituzione accademica trasforma poi in metodo. La teoria viene dunque prima dell'istituzione, anzi spesso questa tende a marginalizzarla o ad inglobarla per renderla innocua. In questo senso teoria corrisponde al senso più vero di critica, con tutto ciò che di militante questo termine porta con sé.

  Come può entrare tutto questo in un corso di traduzione editoriale? Credo che qui valga l'esperienza della formazione dei traduttori tecnici. Si pensa che non ci sia nulla di più estraneo a considerazioni teorico-critiche nella formazione dei traduttori tecnici. Questo valeva forse una volta, non più con il nuovo mercato della traduzione.

  Il mercato contemporaneo della traduzione sta cambiando in modo impressionante, l'enorme mole di informazione disponibile, l'aumento dei contatti interculturali e l'entrata di internet nel privato come nel mondo degli affari, ha cambiato il mercato ed il modo in cui un traduttore lavora. C'è un aumento della domanda di traduzione. Ad esempio il mercato della traduzione in Germania è cresciuto del 14 per cento ogni anno ed attualmente la domanda è per 30 milioni di pagine all'anno. Ma questo implica anche che possiamo dire con Frank Austermühl[4] che un traduttore tecnico può fare pochissimo senza estese conoscenze di base, e queste richiedono nuove strategie e paradigmi. Soprattutto il traduttore ha bisogno di nuove tecnologie e di nuovi strumenti elettronici. Bene tutto ciò non può essere insegnato solo tecnicamente, i nuovi tools elettronici hanno messo in moto un grande cambiamento nella formazione dei traduttori tecnici e soprattutto richiedono una base teorica piuttosto solida che permetta di affrontare i continui cambiamenti in maniera intelligente e produttiva. Il mercato richiede dunque traduttori tecnici che sappiano usare la tecnologia ma che ne interpretino correttamente la funzione.

 Penso si possa trasferire in parte il discorso anche alla traduzione editoriale. Credo ad esempio sia indispensabile che un traduttore sia consapevole del mercato editoriale e delle condizioni ideologiche e culturali in cui opera. Credo che questo sia parte del suo sapere, della sua possibilità di essere un intellettuale e non un essere invisibile. Si è invisibili quando non si ricopre un ruolo sociale ben definito, e questo forse è stato il problema per tanti traduttori nel passato.

 La mia idea di un corso per traduttori editoriali cerca allora di sposare quello che potremmo chiamare il mestiere del traduttore,  dunque laboratori di traduzione, seminari di traduttori esperti e che lavorano da anni nel campo, laboratori di scrittura; con quella che definirei coscienza del mestiere; il che significa qualcuno che spieghi come è fatta una casa editrice e come è il lavoro per una casa editrice, cercando di mostrare chiaramente, e magari anche spietatamente il vero lavoro del traduttore editoriale. Ma la coscienza della professione si acquisisce anche comprendendo il ruolo sociale e culturale di essa, il suo rapporto con le istituzioni e con l'industria, i motivi del prestigio o dell'assenza di prestigio che il traduttore ricopre nella nostra società. Infine il suo ruolo nel determinare il canone della letteratura nella sua lingua. E questo è compito della critica e della teoria.

 Parafrasando il vecchio Hegel potremmo dire che la teoria senza la pratica professionale è muta, la pratica senza la teoria è sorda.

  

PETER BUSH

 Traduttore di scrittori come Goytisolo e Sepúlveda, Peter Bush dirige il Ph.D in Traduzione Letteraria della University of East Anglia (UK). È inoltre direttore del Centro Britannico di Traduzione Letteraria - BCLT e vicepresidente della Federazione Internazionale Traduttori - FIT Unesco.

  

Practice and a Critical Pedagogy for the Training of Literary Translators

 

 There are now numerous courses provided by university departments or professional associations in Europe which focus on literary translation and the training of literary translators. I would like to comment on three aspects of such courses which I see as necessary though they are not always present or recognised : theory, practice, experience. My remarks are based on my own work in the field. In the mid-90s I established a Masters in the Theory and Practice of Translation at Middlesex University in London, from 1997-2000, I convened the EC ARIANE Professional Training Network, The Translator as Reader and Writer, and one of my current responsibilities as Director of the British Centre for Literary Translation is the leadership of a doctoral programme in Literary Translation.

 Firstly, literary translators require a high level of academic expertise, intellectual enquiry and theoretical aplomb. This does not mean that they have to be academics but they do have to be equipped with a good degree of critical consciousness. Why? Critical dexterity is a requisite for the interpretation of the books we translate, for the research central to that interpretation which may encompass many different disciplines and areas of life - from familiarity with medieval epic to brands of chocolate biscuit -, research that recognises an absence of knowledge, that questions the most apparently transparent words for the hidden resonances that may lurk behind them. Like any other profession, literary translators need theories and strategies to explain what they do, to justify their approaches and choices and to defend their status as key artists who work in the interstices of communication, enabling writers to reach readerships beyond a single language.

  The problem with much of the theory which preoccupies Translation Studies scholars is that it quickly becomes prescriptive - professors and their students love to turn theories into rules, to assume a simple relationship between theory and practice. It is also almost pre-Baconian in its wilful ignorance of practice and experience. It is perturbing how there is an absence of the study of flesh-and-blood translators and their manuscripts, correspondence and biographies in a discipline that calls itself Translation Studies. (Italian translators, do you preserve your working drafts, do you have a national literary archive that seeks to preserve them?) The role of certain forms of applied linguistics and traditions of translation in language-teaching have been pernicious here. However, translators who reject 'theory' as irrelevant do themselves and their profession no good. We cannot claim a rightful higher status for the art of literary translators without attempting to occupy the theoretical high ground. The translation of,say, Heidegger, Eliot (George or T.S.), Dario Fo or Robert Altman, is not the business of humble artisans.

  Secondly, literary translators must be writers of exceptional talent. Courses cannot create talent where there is none: they must provide the space where existing talent can be nurtured. Analysis, theory and the stuff of academic discourse are not the answer. There are postgraduate courses which require students to write essays on translation but not to translate. I know of postgraduate courses that proscribe the practice of translation as being of insufficient academic standing for MA or PhD qualifications. This denial of imagination and artistic creativity in Higher Education can reach absurd proportions. I will give examples from the UK. The government instigated an exercise of peer assessment of university research - the RAE. In the first round of this process to determine the distribution of funding, the German panel rejected the novels submitted by the late WG Sebald, the Spanish panel rejected my translations of Juan Goytisolo: both rejections were on the grounds that neither submission represented 'proper scholarly research'. Needless to say, an article criticising the novels or translations with the due paraphernalia of footnotes would have constituted proper point-winning research. In the second round both translations and novels were accepted within English literature where Creative Writing is well established. I am sure these battles are being fought within Italian higher education.

  Any postgraduate course that purports to train literary translators must require that students translate substantial amounts of fiction, poetry or drama. These translations can be stepped over a year or two years, so that they become more complex and longer. It is important that there is an element of student-choice of text and that the course-staff intervene as editors would in the publishing-houses of our dreams. All important theoretical issues can then be raised in the context of a substantial practice of translation and students finish the course with a good portfolio of work. In the doctoral programme I direct students can submit translation of up to 60000 words with a critical prologue of 20000 words. It is vital that the teaching staff should include professional translators - whether or not they have doctorates - and that they should be properly incorporated into the teaching team. There are many techniques from Creative Writing that can be adapted to the teaching of the practice of literary translation, to develop students as writers at a high level in a variety of styles.

  Thirdly, translators require an in-depth experience of the languages and cultures they are translating to and from and of the professional world of their profession. Courses cannot thrust students into Experience. They can encourage students to read widely, to take an interest in history and politics, to travel widely in their cultures both through study and the media and through actual travel. In Europe there is at least now a very large number of students who have lived in other countries and had real contact with other cultures through Erasmus and such programmes, or via vacation and other work. Courses leaders should encourage work-placements with publishers or sub-titling and dubbing firms, should invite professionals to speak to students, should provoke discussion of contracts and conditions, establish collaboration with their national translators centre. The BCLT and the Casa del Traductor in Tarazona, Spain have been running for three years summer schools for young writers and translators in collaboration with the University of East Anglia, Warwick and the Universtitat Autÿnoma of Barcelona.

  Finally, I believe these possible MA or doctoral programmes in Literary Translation should an ideal mixture of the scholarly and the practical. They are true basis for a critical, humanistic education whether or not the students in the end become literary translators. They are as appropriate as any Humanities qualification for finding a path in the world.

 

 

Pratica e pedagogia critica per la formazione dei traduttori letterari

Traduzione di M.L. Ferroglio e E. Bruno, allieve del Master dell'agenzia formativa TuttoEuropa di Torino.

L'AutoreInvisibile ringrazia per il servizio di interpretariato e traduzione. 

L'intervento di Peter Bush è disponibile in traduzione francese sul numero estivo di TransLittérature, la rivista dell'Association des Traducteurs Littéraires de France (99, rue de Vaugirard, 75006 Paris).

 

 Esistono oggi numerosi corsi organizzati da dipartimenti universitari o da associazioni professionali europee che si occupano della traduzione letteraria e della formazione dei traduttori letterari. Vorrei esprimermi riguardo a tre aspetti di tali corsi, che ritengo necessari, ma che non sempre sono presenti o riconosciuti: teoria, pratica ed esperienza. Le mie considerazioni si basano sulla mia esperienza in questo campo. A metà degli anni 90 ho organizzato un Master in Teoria e Pratica della Traduzione alla Middlesex University di Londra, dal 1997 al 2000 ho istituito la Rete di Formazione Professionale ARIANE, il Translator as Reader and Writer e una delle mie attuali responsabilità in qualità di Direttore del British Centre for Literary Translation è gestire un programma di dottorato in traduzione letteraria.

     Innanzitutto, ai traduttori letterari è richiesta una buona competenza accademica, curiosità intellettuale e aplomb teorico. Questo non significa che debbano essere studiosi universitari, ma devono sicuramente possedere un buon grado di coscienza critica. Perché? L’abilità critica è un requisito necessario per l’interpretazione dei libri che traduciamo nonché per la ricerca, vitale per quell’interpretazione,  che può riguardare molte discipline e diverse aree della vita - dall’epica medioevale alle marche di biscotti al cioccolato - una ricerca che riconosce una mancanza di conoscenza, che mette in dubbio le parole apparentemente più trasparenti al fine di trovare le risonanze che si possono celare dietro di esse. Come per qualsiasi altra professione, i traduttori letterari necessitano di teorie e strategie per spiegare ciò che fanno, per giustificare gli approcci e le scelte e per  difendere il loro status di artisti chiave che lavorano negli interstizi della comunicazione, permettendo agli scrittori di raggiungere i lettori al di là di una singola lingua.

     Il problema di molta teoria oggetto di discussione tra gli esperti di Translation Studies è che questa diventa rapidamente prescrittiva: i professori e i loro studenti amano trasformare la teoria in regole e presupporre un semplice rapporto tra teoria e pratica. E’ inoltre quasi pre-baconiano nel tralasciare volontariamente pratica ed esperienza. E’ inquietante quanto sia assente lo studio dei traduttori veri e propri e delle loro opere, delle corrispondenze così come delle biografie in una disciplina che si definisce Translation Studies. (Voi, traduttori italiani, conservate le vostre bozze? Avete un archivio letterario nazionale che tenti di conservarle?). Il ruolo di alcune forme di linguistica applicata e la tradizione della traduzione nella glottodidattica sono stati pericolosi in questo senso. Tuttavia, i traduttori che rifiutano la “teoria” in quanto non importante non fanno alcun bene a se stessi né tantomeno alla loro professione. Non possiamo, a diritto, rivendicare un maggior prestigio per la professione di traduttore letterario senza cercare di occuparne fisicamente il campo teorico. Tradurre, ad esempio, Heidegger, Eliot (George o T.S.), Dario Fo o Robert Altman non è un lavoro da semplici artigiani.

     In secondo luogo, i traduttori letterari devono essere scrittori di eccezionale talento. I corsi non possono generare il talento quando questo non esiste: devono fornire lo spazio in cui il talento preesistente possa essere coltivato. L’analisi, la teoria e la sostanza del discorso accademico non sono la risposta. Vi sono corsi postuniversitari in cui agli studenti è richiesto di redigere saggi sulla traduzione ma non di tradurre. Personalmente so di corsi postuniversitari che vietano la pratica della traduzione in quanto di livello accademico insufficiente per le qualifiche di master o dottorato. Tale rifiuto dell’immaginazione e della creatività artistica nell’istruzione superiore può raggiungere proporzioni assurde. Ecco alcuni esempi del Regno Unito. Il governo ha promosso una pratica di valutazione tra colleghi della ricerca universitaria - il RAE, Research Assessment Exercise -. Nella prima fase di tale processo, atto a determinare la distribuzione di fondi, la commissione tedesca ha rifiutato i romanzi sottoposti dal defunto WG Sebald e la commissione spagnola ha rifiutato la mia traduzione di Juan Goytisolo: in entrambi i casi il rifiuto era stato motivato affermando che nessun lavoro rappresentava una “vera e propria ricerca accademica”. Ovviamente, un articolo critico verso i romanzi o le traduzioni, con tutte le dovute note a piè di pagina, avrebbe rappresentato la vera e propria ricerca vincente. Nella seconda fase, traduzioni e romanzi sono stati accettati nell’ambito della letteratura inglese, che riconosce la scrittura creativa. Sono certo che queste battaglie si combattono anche nell’ambito dell’istruzione superiore italiana.

     Qualunque corso postuniversitario che si proponga di formare traduttori letterari deve richiedere agli studenti di tradurre una quantità consistente di narrativa, poesia o teatro. Queste traduzioni possono essere distribuite su uno o due anni, così che diventino più lunghe e complesse. È importante che lo studente partecipi nella scelta del testo e che i responsabili del corso invervengano così come farebbero i redattori nelle case editrici dei nostri sogni. Tutte le questioni teoriche importanti possono essere sollevate nell'ambito di una pratica di traduzione sostanziale e gli studenti terminano il corso con un buon bagaglio di lavoro. Nel programma di dottorato che dirigo, gli studenti possono presentare una traduzione fino a 60.000 parole con una premessa critica di 20.000 parole. È indispensabile che lo staff insegnanti comprenda traduttori professionisti - con o senza titoli di dottorato - e che questi siano correttamente inseriti nello staff insegnanti. Vi sono molte tecniche di scrittura creativa che possono essere adattate all'insegnamento della pratica della traduzione letteraria, al fine di far diventare gli studenti scrittori di alto livello in una varietà di stili.

     In terzo luogo, ai traduttori è richiesta un'esperienza approfondita delle lingue e delle culture dalle quali e verso le quali traducono nonché del mondo lavorativo relativo alla loro professione. I corsi non possono immergere gli studenti nell'Esperienza. Possono incoraggiare gli studenti a leggere molto, a interessarsi di storia e politica, a viaggiare ampiamente nelle culture tramite lo studio, i media e il viaggio vero e proprio. In Europa esiste, almeno ora, un ampio numero di studenti che sono vissuti in altri Paesi e hanno avuto un contatto reale con altre culture attraverso l'Erasmus e programmi analoghi, o grazie a vacanze e altri lavori. I responsabili dei corsi dovrebbero incoraggiare l'inserimento lavorativo presso case editrici o aziende di sottotitolazione e doppiaggio; dovrebbero invitare i professionisti a parlare con gli studenti, incoraggiando discussioni su contratti e condizioni di lavoro, stabilendo una collaborazione con i centri nazionali di traduzione. Da tre anni il BCTL (British Centre for Literary Translation) e la Casa del Traductor a Tarazona, in Spagna, organizzano corsi estivi in collaborazione con l'Università dell'East Anglia, Warwick e la Universtitat Autÿnoma di Barcelona.

     Infine, ritengo che tali possibili programmi di master o di dottorato in traduzione letteraria dovrebbero essere una miscela ideale di aspetti accademici e pratici. Sono una vera e propria base della formazione critica e umanistica, indipendentemente dal fatto che gli studenti diventino alla fine traduttori letterari. Essi sono appropriati, come qualunque altra qualifica in discipline umanistiche, per trovare la propria strada nel mondo.

  

ENRICO GANNI

 Enrico Ganni ha insegnato per molti anni presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori del Comune di Milano e attualmente è editor per la germanistica presso la Casa editrice Einaudi. Nella sua attività di traduttore ha rivolto la propria attenzione in particolare a J. W. Goethe, T. Fontane, W. Benjamin J. Améry e H. M. Enzensberger.

 

 (L'intervento verrà inserito appena possibile.)

 

 LUCA GUERNERI

 Luca Guerneri traduce narrativa e saggistica per diverse case editrici (Joyce, Sterne, Kerouac). Da alcuni  anni si occupa di poesia inglese contemporanea sia come critico che come traduttore (Armitage, Bhatt, Duffy, Greenlaw, Hofmann, McKendrick, Maxwell, O'Brien, Pierpoint, Reid e Shapcott). Tra le sue ultime traduzioni Poesie di Simon Armitage nella collana dello Specchio Mondadori e un romanzo dello stesso autore per Guanda. Attualmente sta lavorando all'ultimo libro di Seamus Heaney, Electric Lights per lo Specchio Mondadori e a un'antologia di McKendrick per Donzelli. È uno dei coordinatori del Master in traduzione organizzato dal Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna, dove conduce il laboratorio di traduzione sulla poesia inglese.

 

 Per commissione e/o per passione

 

  Per prima cosa vorrei dire che collaboro con il Master in Traduzione letteraria organizzato dall'Università di Bologna, il Centro di Poesia Contemporanea dell'Università e dall'Associazione "Dopo Babele". Proprio da una delle fondatrici di questa associazione, Isabella Ruggi, nacque l'idea, qualche anno fa, di attivare un corso di traduzione a Bologna. Venne logico, per una questione di amicizia e interessi comuni, contattare il Centro di Poesia: di qui il corso, nato come struttura privata prima, finanziato dalla regione poi e da quest'anno diventato Master dell'Università. La stretta collaborazione con il Centro di Poesia ha fatto sì che la traduzione poetica avesse, da sempre, un ruolo molto importante, molto vicino a quello della traduzione della prosa. Occorre aggiungere, ed è premessa importante, che ogni docente lavora in piena autonomia di metodi (da D'Elia poeta che parla di Baudelaire a Menarini prof. universitario e traduttore di Lorca corrono diverse forme di approccio e sensibilità). Il discorso che segue è solo in parte quindi, rappresentativo degli intenti del corso.

  E allora? Come si diventa traduttori di poesia? E non è che lo si nasce?

  La poesia è da sempre un bel problema per la traduzione. Ritenuta ora impossibile, ora inutile, ora frutto del genio individuale. Territorio esclusivo ora dei poeti ora dei letterati di professione Ma anche: passibile di regole, strutture, norme. Tradita e infedele, brutta e letterale. La mia impressione è che occorre procedere a buon senso, per un po' almeno, poi, inevitabilmente, lasciarlo da parte.

  Il buon senso ci dice che la poesia resta, quando è riuscita, una macchina perfetta. Gli ingranaggi al posto giusto, oliata a dovere. Passibile di una serie di test e collaudi. Il bello è che la si può percorrere in lungo e in largo, dalla fine all'inizio, dalla superficie alla profondità. Quando una poesia lo è davvero assomiglia a un curioso ipertesto dove tutto si tiene, dove tutto sta insieme. È da qui che occorre partire. Un buon lettore di poesia ha buone, discrete, possibilità di essere un buon traduttore di poesia. Per essere un buon lettore occorre possedere molti strumenti. Per la poesia serve quasi tutto. Intertestualità, ad esempio, è una parola magica: gli agganci si moltiplicano. Prosodia, semantica, semiotica, conoscenza delle strutture metriche, quasi tutto quello che pertiene all'analisi testuale. E qualcosa in più. Il primo passo dunque consiste in una lettura la più ampia e ricca possibile. Per lettura di un testo intendo, in senso allargato, anche la raccolta dove la poesia è inserita e, quando possibile, l'opera completa dell'autore.

  Mi piace partire da John Donne allora, lavorare sul testo e poi confrontare le tante traduzioni possibili. Quella di un poeta come Giudici ma anche di un anglista come Melchiori. E poi fare un salto di cinque secoli e dare un'occhiata a quello che si agita ai giorni nostri.

  La mia impressione è che però, paradossalmente, a un certo punto il buon senso occorra lasciarlo da parte e che, anzi, sia necessario tentare di percorrere strade meno battute. Non c'è il tempo, ora, di ragionare sul fatto se una traduzione poetica debba essere o meno un testo autonomo, quale sia l'obiettivo che si ha in mente. Ripeto agli studenti che occorre essere pronti a giustificare le scelte, a essere coerenti nella traduzione (ho in mente una traduzione, diciamo così, da testo a fronte? Bene, lavoro e scelgo di conseguenza) ma finisco sempre ad appassionarmi alle soluzioni. E l'inatteso, spesso, con la coerenza ha poco a che fare. La natura paradossale della traduzione poetica abita più o meno da queste parti. Nasce dall'incontro di due poetiche e non è da megalomani pensare di possederne una propria anche quando si incontra un fuoriclasse come Gerald Manley Hopkins. È chiaro che si rischia di tornare a casa con un triplo sei zero, ma anche con la serenità di chi ha messo piede sul centrale e non solo su uno degli eleganti palchetti a pagamento. Fedeltà, infedeltà sono in questo punto un ricordo lontano. L'incontro di due poetiche, analisi del testo, dell'autore ma anche del traduttore.

  E la didattica a questo punto? Dove è andata a finire? Nella comunicazione e nel confronto. Sono i momenti più belli del lavoro. Si insegna e si impara, si rileggono le proprie proposte e non si ha difficoltà ad ammettere che l'esperienza, non sempre almeno, determina la bravura. Diciamo allora che si può comunicare un'apertura, una dimensione della visione. Parole grosse che si sostanziano però di piccole cose. La poesia come lettura e traduzione si apre a un ampio campo di discipline.

  Una è la musica. La musica, è mia opinione, è meccanismo fondamentale nel gioco della traduzione poetica. Ho letto pagine di Glenn Gould molto più utili - si può dire? - di tanti linguisti o accademici dediti alla coltivazione del piccolo orticello di un qualche minore del settecento. Quando in un saggio scrive delle Variazioni Goldberg, ad esempio, e dice che sono tenute insieme da una pulsazione fondamentale che occorre sapere intercettare durante l'esecuzione. Il ritmo anche lui sta di casa da quelle parti. O così mi pare di avere capito da Meschonnic. O ancora: Morton Feldman, un compositore americano contemporaneo, che lavora su pattern musicali minimali attento a non riguardare quello che ha già scritto in modo tale che la ripetizione contenga sempre delle piccole "imperfezioni". E tuttavia discepoli della lezione del punk, chiunque può prendere uno strumento in mano e provarci. Niente esoterismi o giochi di potere. Si gioca in campo aperto.

  È una curiosa relazione a tre, a quattro allora e già questa è una novità. C'è il testo il traduttore a ma anche il traduttore b, quello c, e persino quello d. E c'è chi coordina con un po' di esperienze alle spalle.

  Per paradosso allora, ecco che quella che sembrava una sconfitta in partenza (e forse lo era) – Bob Frost diceva che la poesia è esattamente quello che va perso in traduzione – si trasforma in una sconfitta che può essere gloriosa. Il rigore tirato fuori di cui si parlerà per anni a venire.

  La traduzione della poesia non perde mai, e anche questo, va detto la sua natura di pratica, di luogo dell'agire. Pratica, praticaccia, la fatica del tradurre ottanta poesie dello stesso autore, e magari avere due mesi di tempo per farlo.

  Per passione e per commissione allora, come scriveva Giovanni Giudici nella prefazione a una sua raccolta di traduzioni di qualche tempo fa.

 

 ANTONIO MELIS

 Docente di Lingua e letterature ispanoamericane e di Civiltà indigene d'America all'Università di Siena, è autore di diversi saggi sulla letteratura ispanoamericana coloniale e contemporanea. Direttore della Scuola di Perfezionamento in Traduzione Letteraria dell'Università di Siena e redattore della rivista "In Forma di Parole", ha tradotto numerosi autori ispanoamericani, tra i quali Arguedas, Martí, Mariátegui, Cardenal, Adán. Ha tradotto dal quechua le poesie di Arguedas e di Kondori

 

 

IL LABORATORIO DI SIENA

 

1. L'antefatto

     Per inquadrare l'esperienza decennale del Corso di Perfezionamento in Traduzione Letteraria che si è svolto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Siena tra il 1990 e il 2000, è necessario prima di tutto fornire alcuni dati sulla Facoltà stessa. In un Ateneo come quello senese, che è tra i più antichi d'Europa, fino agli anni Settanta non esisteva una Facoltà di Lettere e Filosofia. In compenso, nel momento della sua creazione, è stata fatta una politica di reclutamento molto saggia, che ha permesso soprattutto la presenza tra il personale docente di grandi personalità della cultura italiana di provenienza extraaccademica. Questa scelta iniziale ha creato un clima particolare all'interno della nuova Facoltà, che ha segnato fino ad oggi la sua personalità, pur attraverso gli inevitabili mutamenti.

   Per quel che riguarda in particolare la traduzione letteraria, bisogna ricordare lo stimolo permanente a ricerche, tesi, dibattiti su questo tema offerto da Franco Fortini e Gianni Scalia. Con la fondazione nel 1980 da parte di Scalia di In Forma di Parole, ancora oggi felicemente presente nel panorama culturale italiano, nasce un punto di riferimento importante, attraverso l'organizzazione nella Facoltà senese di seminari periodici promossi dalla rivista, che vedono la presenza di grandi traduttori come Sergio Corduas, Guido Neri, Lea Ritter Santini, Gianroberto Scarcia ecc. Questo clima di confronto sulla teoria e la pratica della traduzione favorisce la maturazione progressiva di un progetto rivolto alla formazione di traduttori letterari, anche come risposta concreta all'esigenza di creare nuovi sbocchi professionali.

 

2. Il Corso

     L'istituzione del Corso si è definita dopo un lungo dibattito preliminare, che ha scelto questa strada come la più praticabile in tempi rapidi. L'alternativa della Scuola di Specializzazione, che a tutti noi sembrava più adeguata alle finalità proposte, perché di durata biennale, comportava infatti un lungo iter burocratico, dovendo essere sottoposta all'approvazione ministeriale. Inoltre, il periodo era particolarmente sfavorevole a un'iniziativa del genere, in quanto si stavano gettando le prime basi della riforma universitaria e si tendeva a non creare nuove iniziative, pensando a un futuro imperniato su Dottorati e Master. Il Corso di Perfezionamento, pur avendo una durata troppo breve (1 anno), presentava il vantaggio della rapida realizzazione. Un altro elemento negativo del Corso, che si sarebbe rivelato pienamente negli anni successivi, era il costo zero. A parte un piccolo contributo nella fase di avvio, gli unici proventi erano quelli della tassa di iscrizione degli allievi, che naturalmente doveva essere contenuta entro cifre ragionevoli. Oltre a non permettere la retribuzione dei docenti, questo bilancio rendeva molto difficile l'acquisizione di competenze esterne.

   Pur con questi pesanti condizionamenti,  il Corso era partito con un notevole entusiasmo, grazie soprattutto all'impulso dato in questa fase di decollo da Ginevra Bompiani. Altre presenze fondamentali da ricordare sono quelle di Antonio Prete, Antonio Tabucchi, Caterina Graziadei.

   L'organizzazione del Corso era articolata essenzialmente su due fronti, con uno sforzo accurato di mantenere un equilibrio tra la preparazione teorica e l'esercizio concreto della traduzione. Accanto a brevi corsi teorici, che hanno visto tra l'altro la presenza di George Steiner, venivano promossi incontri con traduttori dalle diverse lingue (francese, inglese, portoghese, russo, spagnolo, tedesco). Il momento fondamentale della pratica era affidato a laboratori di traduzione, con una cadenza in genere settimanale,   articolati autonomamente secondo le diverse lingue. Largamente comuni sono state comunque attività come la realizzazione di traduzioni da parte degli allievi e l'esercizio della critica collettiva su di esse; lo svolgimento di traduzioni dello stesso testo da parte di tutti gli allievi e l'esercizio di una critica comparativa; l'esame critico di nuove traduzioni comparse a stampa; l'analisi comparativa di diverse traduzioni a stampa dello stesso testo, soprattutto di classici. Soprattutto nei primi anni, il Corso ha avuto come sbocco finale, oltre alla tesina di traduzione prevista, la realizzazione di imprese collettive di traduzioni (libri, numeri monografici di riviste, ecc.).

   Accanto a queste attività principali, si è cercato anche di sensibilizzare gli allievi, attraverso indicazioni di letture da realizzare individualmente, alla necessità di una contestualizzazione storico-culturale dei testi esaminati. In certi casi, inoltre, si è cercato di favorire una specializzazione regionale all'interno dell'area linguistica prescelta.

   Il Corso ha praticato il più ampio pluralismo teorico e metodologico, legato anche alle esperienze peculiari delle diverse aree linguistiche. Si può forse indicare, come orizzonte di riferimento, una forte attenzione alla dialettica tra traduzione "annessionista" e traduzione "distanziante" rispetto alla cultura propria.

 

Problemi e crisi del progetto.

   I problemi già accennati per quel che riguarda la fase di avvio del Corso, si sono andati aggravando con gli anni. Una fase di stallo nella realizzazione dei nuovi ordinamenti ha bloccato il prolungamento auspicato della durata del Corso. La mancanza di mezzi finanziari si è andata aggravando con il trascorrere nel tempo, una volta attenuatasi la spinta volontaristica che aveva cercato di supplire alle difficoltà nei primi anni.

   Dal punto di vista degli obiettivi fissati in termini di sbocchi professionali, il bilancio è stato abbastanza deludente. Durante la fase di preparazione e poi di avvio del Corso erano stati presi dei contatti molto promettenti con diverse case editrici, che avevano manifestato un profondo interesse per l'iniziativa. Bisogna ricordare che, in quel periodo, l'iniziativa senese aveva un carattere pionieristico, mentre negli ultimi anni corsi analoghi sono comparsi in numerose Università. Alla prova dei fatti, le case editrici non hanno confermato la disponibilità annunciata, ribadendo così una barriera che continua a separare il mondo accademico da quello editoriale. Le responsabilità, evidentemente, non appartengono a una sola delle parti in causa.

   La conseguenza di questo incontro mancato è stata la difficoltà di assolvere alla funzione di ricerca di nuovi sbocchi professionali che era una delle motivazioni fondamentali del Corso. Naturalmente si parla di una prospettiva da offrire agli allievi migliori. L'esperienza di dieci anni ha dimostrato, infatti, che è certamente possibile insegnare l'arte o il mestiere della traduzione, ma è anche decisivo contare, oltre che su una ovvia preparazione linguistica (soprattutto nella lingua d'arrivo, l'italiano) su quella che non riesco a definire diversamente da "vocazione".

 

Ripensamento e progetti per il futuro.

   La necessità di un ripensamento, dopo un decennio fecondo ma anche travagliato, viene imposta anche dalla riforma universitaria. La traduzione, infatti, è presente nella nuova dizione delle materie linguistiche previste per la laurea triennale. Al tempo stesso rimane la forte esigenza di intervenire sui problemi della traduzione letteraria a un livello più alto di preparazione professionale.

   La Facoltà di Lettere e Filosofia di Siena ha creato intanto un Dottorato, che si avvia ormai al III anno, con un'articolazione tra Letteratura Comparata, Teoria della Traduzione e Letteratura/Antropologia. I primi due anni sono stati estremamente positivi per l'attività sviluppata e per la qualità molto alta dei dottorandi, che rende deprecabile la disponibilità molto limitata di posti, soprattutto di quelli coperti da una borsa di studio. Al tempo stesso, si avverte l'esigenza di uno strumento complementare al Dottorato, che rischia per sua natura di dare una curvatura meramente teorica ai problemi della traduzione.  L'esperienza di tanti anni ha fatto consolidare una sana diffidenza nei confronti di coloro che dissertano e pontificano sulla traduzione senza essersi mai sporcati le mani con i problemi concreti e drammatici che essa pone. Da qui nasce il progetto, che si spera di realizzare in tempi brevi, di un Master in traduzione, a forte contenuto professionalizzante, che rappresenti un proseguimento e un arricchimento del Corso di Perfezionamento e al tempo stesso agisca come correttivo nei confronti di ogni teoricismo astratto. Un momento importante di verifica sarà rappresentato, nel prossimo novembre, dal Convegno dedicato al tema "Lingua materna e lingua straniera".

 

 MAGDA OLIVETTI

 È saggista e traduttrice letteraria dal tedesco. Ha tradotto Ingeborg Bachmann, Rilke, Schniztler, Kafka, Musil. Nel 1989 ha ricevuto il premio di traduzione Grinzane Cavour. Nel 1992 ha fondato la SETL, cui partecipano Pontiggia, Lalla Romano, Valerio Magrelli, Daniele Del Giudice e tutti i maggiori editori.

 

 Imparare a tradurre

 

  Dopo una decina d'anni di intenso lavoro come traduttrice letteraria dal tedesco, vissuti nel tipico isolamento del traduttore letterario (perché i traduttori non solo lavorano da soli, ma comunicano pochissimo fra loro) mi sono domandata  come dovrebbe essere una Scuola specificatamente dedicata ai traduttori letterari. Da queste riflessioni è nato il Progetto SETL. Era nel '91, e già nel '92 iniziarono i primi Corsi SETL a Torino per la formazione di traduttori letterari, che poi si ripeterono più volte a Torino, una volta a Bolzano e 2 volte a Firenze, altrettante edizioni rinnovate che tenevano conto delle esperienza precedenti.

  Il primo problema è stato quello della Didattica. Come insegnare un mestiere, anzi un'arte, tanto ardua e sfaccettata quanto indispensabile alla comunicazione culturale fra paesi di lingua diversa, come la traduzione letteraria? Non basta padroneggiare la lingua straniera e il suo linguaggio letterario, non basta neppure - benché sia essenziale - una disposizione naturale alla scrittura in madrelingua. Occorrono pratica ed esercizio sul testo o, meglio ancora, su innumerevoli testi. Una buona didattica perciò non può che esser impostata sull'immersione degli allievi nel grande mare della letteratura straniera, sotto la guida attenta di eccellenti professionisti. Questo lo sappiamo bene tutti noi, poveri professionisti autodidatti: non basta qualche ora di lezione la settimana per uno o due semestri. Bisognava immaginare un Corso composto da 2 semestri, uno di insegnamento in aula e l'altro di lavoro a distanza Per quanto riguarda l'insegnamento in aula è chiaro che la forma dell'atelier il metodo della full immersion sono l'unico modo possibile, perché questa è la sola combinazione che può funzionare come terapia d'urto iniziale, (1° Semestre di circa 4 mesi) seguita da un lungo periodo di 'cura di mantenimento' (2° Semestre di circa 8 mesi). Questo per un 1° anno. Meglio sarebbe rinforzare l'intero insegnamento con un 2° o eventualmente un 3° anno di struttura analoga. Speriamo nel futuro.

  L'insegnamento della tra.ne let.ria si prefigge con tale strutturazione dei Corsi di riprodurre  o simulare i tempi e i modi del mondo del lavoro dei traduttori letterari, che è un lavoro massiccio e continuativo e nel contempo delicato: richiede molte ore di molti giorni e molti mesi o anni e occorrono molte pause di riflessione  e di revisione continua e poi anche dilazionata. Le ore di lavoro 'effettivo' del t.l. sono sempre moltissime.

  Nascono così le Lezioni di Versione che costituiscono l'ossatura della nostra didattica e assorbono quasi metà delle ore di studio in aula. Fra le Lezioni tenute dai Docenti (12 ore settimanali per almeno16 settimane) e le esercitazioni scritte a cui si dedicano (almeno 4 ore settimanali durante le 16 settimane) e che poi verranno corrette individualmente dai Docenti, si giunge a un totale di 256 ore per classe.

  Per trasferire la complessità anche stilistica dei contenuti dalla lingua straniera nella propria lingua bisogna conoscerne tutti gli anfratti e le sfumature. Un libro tradotto in fin dei conti è un libro scritto dal traduttore e occorre che sia scritto bene.

  Nasce così l'idea delle Lezioni di Scrittura, tenute da noti scrittori in madrelingua. Nelle passate edizioni della SETL le lezioni di scrittura sono state tenute da Pontiggia, Daniele Del Giudice e Valerio Magrelli. A Bolzano, accanto a Del Giudice che insegnava agli allievi di madrelingua italiano, c'era il più noto fra gli scrittori altoatesini, Joseph Zoderer, che teneva lezioni di scrittura agli allievi di madrelingua tedesca. Alle Lezioni di Scrittura tout court è molto utile che si aggiungano Lezioni di Scrittura Editoriale e Lezioni di Editing, sempre tenute da professionisti. Per un totale di 92 ore complessive.

  Una Didattica completa deve anche saper creare un ponte, anzi molti ponti, fra gli allievi e il mondo del Lavoro, tanto più che esiste un vero e proprio scollamento fra i giovani aspiranti traduttori e, per esempio il mondo dell'Editoria. Gli editori sono a caccia di buoni traduttori e diffidano generalmente dei giovani aspiranti traduttori che inviano loro prove di traduzione non richieste che quasi sempre finiscono cestinate.  Sono dunque necessari molti incontri con Editori diversi, che terranno delle vere e proprie Lezioni di Editoria. Posso dire che tutti gli editori di cultura italiani (e anche molti tedeschi e austriaci) negli anni sono venuti a far Lezione ai Corsi SETL. Il contatto con gli editori è importante anche per impostare la 2a Parte del Corso, come vi spiegherò in seguito. Accanto alla Lezioni di Editoria sono necessari tutta una serie di Corsi Professionalizzanti, negli ambiti più svariati e legati alle esigenze del territorio dove avrà sede la Scuola, come il teatro, il cinema, la musica, il giornalismo, la TV l'arte e persino la moda e la pubblicità. Queste lezioni sono tenute da esperti professionisti nei vari settori, che sono capaci di insegnare i rudimenti del mestiere agli allievi del Corso. Si è capito che in moltissimi ambiti a una traduzione prettamente tecnica è preferibile l'opera di 'traduttori colti'. È per questo che in tutta Europa sono sempre più richiesti traduttori che - oltre la competenza specifica - abbiano una formazione letteraria.

  Sommando le ore di tutti questi corsi si raggiungono le 128 ore.

  Ulteriori Corsi (come i Seminari aperti al pubblico e le Lezioni di Lettura e quelle di Scrittura attraverso la Lettura e Lezioni di Informatica editoriale e anche di Marketing) sono stati disegnati per ampliare ancora di più l'orizzonte culturale e professionalizzante specifico degli allievi.

Si raggiunge così il traguardo delle 550 ore complessive per classe.

  Terminato il Semestre Breve di full immersion gli allievi promossi possono iniziare la 2a parte del Corso SETL. Essi tradurranno individualmente dei testi che ogni volta ci vengono affidati dagli editori, per essere poi regolarmente pubblicati. Gli allievi saranno guidati dai rispettivi Docenti di Versione, che organizzeranno la divisione del lavoro in gruppi. Ogni gruppo avrà un coordinatore interno con il compito di fondere uniformandone lo stile i vari contributi del proprio gruppo di allievi-traduttori. Il Docente compirà le revisioni necessarie e, quando il libro sarà pubblicato, risulterà sul frontespizio come curatore, mentre gli allievi vi appariranno come traduttori. In questa fase si raccolgono i frutti del periodo di full immersion sarà più facile orientare gli allievi verso una determinata professione nel settore delle traduzioni. L'attività di traduzione letteraria sarà consigliata a quegli allievi che oltre ad avere del talento, hanno anche dimostrato scrupolo e coscienziosità nel proprio lavoro.

  Chiudo il mio discorso con un accenno all'aspetto finanziario dei Corsi SETL. Per sostenere le spese di Corsi tanto particolareggiati è sempre stato necessario ricorrere ai finanziamenti che il FSE dà alle varie Regioni d'Italia per i Corsi di Formazione. I finanziamenti Europei per la Cultura sono sempre troppo esigui per una simile impresa.

  È essenziale che i Corsi siano almeno gratuiti, e, dove e quando è possibile gli ammessi ai Corsi ottengano anche una Borsa di Studio. Non soltanto perché vogliamo una élite di talento e intelligenza, ma anche perché al giorno d'oggi il Traduttore Letterario in tutti i Paesi d'Europa (fatta eccezione per la Svizzera, che non fa parte dell'UE) è spaventosamente sottopagato, tanto che nessuno può vivere di sola traduzione letteraria, ma deve sempre integrare con qualche altra attività non necessariamente traduttoria, ma più redditizia.

  Sentirete dalla voce di Marina Pugliano, Presidente della cooperativa NTL di Firenze, che ha un suo stand qui alla fiera, come gli allievi SETL possono organizzarsi per lavorare insieme e meglio che individualmente.

  In autunno saranno attivati dei Corsi SETL a Napoli, sostenuti dall'Istituto Italiano di Studi Filosofici e dalla Regione Campania. Sono previste le seguenti 5 classi di traduzione: dall'inglese all'italiano, dall'italiano all'inglese, dal francese all'italiano, dallo spagnolo all'italiano, dall'arabo all'italiano.

  Seguirà all'inizio del 2003 un altro corso a Firenze, che sarà una specie di 2° anno rispetto ai corsi fiorentini precedenti, NTL e PROTRAD.

  A Torino gli allievi usciti dalla prima fase dei Corsi sia di Napoli che di Firenze, potranno fare dei periodi di  stage nella Casa del Traduttore a Costigliole d'Asti che la Regione Piemonte metterà a disposizione facendola gestire dal Premio Grinzane - Cavour. Potranno così svolgere il lavoro di traduzione dei testi affidati dagli editori, con la supervisione del loro Docente di Versione che verrà personalmente al Castello durante i giorni previsti per gli incontri con gli allievi.

  Si costruisce così un triangolo Nord-Sud-Centro Italia, creando un modello che verrà proposto ad altri Paesi Membri dell'Unione europea.

 

 GIORGIO PINOTTI

 Oltre a numerosi saggi di ambito umanistico e novecentesco, Giorgio Pinotti ha pubblicato l'edizione critica delle seguenti opere di Gadda: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Eros e Priapo, Il palazzo degli ori, I miti del somaro e San Giorgio in casa Brocchi. Dal 1984 lavora nell'editoria, ed è attualmente editor in chief presso Adelphi. Insieme a Luisa Finocchi ha progettato la sezione dedicata al lavoro redazionale del Master in editoria libraria di recente attivato dall'Università Statale di Milano in collaborazione con l'AIE e la Fondazione Mondatori, e tiene un corso di traduzione letteraria dal francese presso l'Istituto Superiore Interpreti e Traduttori di Milano. Ha tradotto Simenon, Genet, de Swarte, Kundera. Nel 1997 ha vinto il premio Elsa Morante-L'isola di Arturo per la traduzione.

  

Come si diventa traduttore

 

  Da molti anni lavoro in una casa editrice, l'Adelphi, dove gli editor sono per lo più anche traduttori: da Giulia Arborio Mella a Ena Marchi a Anna Raffetto a Matteo Codignola. E caratteristiche non dissimili presenta l'Einaudi, qui rappresentata da Enrico Ganni, a sua volta editor e traduttore.

  Se ho fatto cenno a questa sorta di 'domestica accademia', non è per imporvi un goffo spot pubblicitario. Piuttosto, per dire che in case editrici come Adelphi o Einaudi – e mi limito alle due qui rappresentate – molti prima o poi si cimentano nella traduzione. E che la traduzione è da sempre inscritta nel codice genetico del funzionario editoriale: aspetto, questo, che meriterebbe attenzione da parte degli storici dell'editoria. Perché? Per svariate ragioni. A volte perché un libro ti piace o ti è congeniale al punto che non hai voglia di dividerlo con un traduttore esterno: avvitato nella spirale dell'egolatria, pensi allora che nessun altro potrebbe tradurlo come te. Altre volte perché, stanco di rileggere e raddrizzare lavori che non firmerai, hai una gran voglia di proclamare l'autonomia della tua scrittura (almeno di quel tipo particolare di scrittura che è la traduzione, esempio affascinante e insieme sconcertante di creatività prigioniera o, se preferite, di creatività condivisa). Sempre, comunque, perché seguire con competenza la trafila traduttiva (dalla scelta del traduttore all'ultima lettura delle bozze) è uno dei compiti precipui dell'editor – e un compito, vorrei sottolinearlo, decisivo per le sorti del volume. E seguirla con competenza significa anche conoscerne da vicino i meccanismi interni.

Forse penserete: Bene. Complimenti. E allora? E poi: Voi che lavorate nelle case editrici sarete anche bravi, chi dice il contrario, però non siete sul mercato, non ne affrontate le leggi, siete traduttori endogeni, siete come gli abitanti di certe retrovalli alpine, isolate, arcaiche, incomunicanti, irrelate. La vostra esperienza non ci interessa.

  Un attimo di pazienza.

  Questa premessa era necessaria per farvi capire come ho sempre, inevitabilmente, concepito la formazione e il lavoro del traduttore. Per essere più chiaro: come molti miei colleghi, mi sono formato sul campo. Mi sono formato sul campo ma non sono autodidatta. Perché? Perché tutti intorno a me parlavano di traduzione. Senza esserne del tutto consapevole, partecipavo a una sorta di workshop permanente. Ero circondato da strumenti di lavoro e, come direbbe Gadda, da una 'comunità fabulante'. Ero immerso nel discorso della traduzione. E soprattutto: potevo contare su dei tutor. Non solo in termini astratti. C'è chi ha riletto le mie traduzioni, insegnandomi moltissimo.

  Ho sentito, nel corso dei precedenti interventi, parlare molto di scuole, corsi di laurea, dottorati di ricerca, master. E non vorrei che dimenticaste una cosa: le case editrici sono, da sempre, straordinari, fecondi laboratori di traduzione. Laboratori dove si commissionano, nascono e si rivedono (riscrivono?) traduzioni.

  Il problema, semmai, è che questa nobile attività di formazione pare in declino. Il tempo editoriale, per parafrasare abusivamente Montale, è un nastro che slitta parallelo all'altro tempo, ma in senso contrario. È un non-tempo, perché vi si affollano, artificiosamente compresse, attività che richiederebbero una illimitata espansione. E allora traduciamo di meno. E allora sfogliamo frettolosamente i curricula degli aspiranti traduttori e, a meno che un dettaglio non ci folgori, li mettiamo nel cestino della posta da evadere senza fretta. Cestino che è un'oscura voragine. Sperimentare nuovi traduttori, soprattutto se non siamo astretti dalla necessità, diventa un potlatch, un gesto sconsiderato, degno di rientrare nell'économie noire. Perché significa rivedere saggi di traduzione e discuterne con l'autore. Scartarli, se del caso, e assegnarne di nuovi. Significa giocare d'azzardo e spesso pagare un prezzo alto: onerose revisioni, letture redazionali a più strati, che oltretutto producono spesso ibridi dignitosi ma dalla testualità non meno vacillante della loro paternità. Tutti noi abbiamo in mente le luminose parole di Henri Meschonnic: "Se la traduzione di un testo è strutturata-recepita come un testo, funziona come un 'testo', è la scrittura di una lettura-scrittura, avventura storica di un soggetto". Bene, molte traduzioni non sono affatto l'avventura storica di un soggetto, ma un charter folto di troppi turisti. E nella prospettiva del giovane apprendista: quante volte ha la fortuna di essere affidato a un redattore competente? Intendo competente nel senso più forte del termine: cioè preparato sotto il profilo linguistico, sensibile ai valori del testo che ha di fronte, consapevole delle sue specificità, non ignaro dei meccanismi della traduzione, disposto a mettere il suo sapere al servizio del lavoro altrui, capace di intervenire e suggerire senza affermare perentoriamente il proprio. Si opera su un aguzzo crinale. E temo che questa fortuna non capiti spesso. Basta leggere le traduzioni in commercio. Non è tanto il fatto che gli errori di traduzione si possano individuare a colpo d'occhio. Trovare "tartina" in corrispondenza del francese tartine, o "legumi" per légumes è costernante. Ma c'è di peggio. Alludo alle traduzioni che in maniera meno visibile, e dunque più insidiosa, violano le peculiarità stilistiche o di registro dell'originale, la sua cifra, se vogliamo, spesso offuscandone la ricezione. Il traduttore, in questi casi, è colpevole. Ma non lo è di meno l'editor responsabile o chi ha riletto la traduzione e ha deciso che comunque il libro doveva uscire. Ma allora da chi si impara, oggi?

  Qualcosa sta cambiando, è sotto gli occhi di tutti. La traduttologia è da tempo saldamente insediata nelle università, certo. La 'critica della traduzione' deborda, come l'acqua da una fontana, dai corsi accademici e dalle pubblicazioni specialistiche verso un pubblico più ampio. La manualistica ha conquistato un'etichetta specifica negli scaffali delle librerie: Editoria e Traduzione. Ma c'è di più. Si vanno delineando nuove prospettive (illusioni?) di formazione. Il sapere iniziatico, simile a una misteriosa concrezione madreperlacea, dei bravi traduttori di professione è oggi più disponibile, fruibile, come si usa dire. Molti degli oratori che mi hanno preceduto l'hanno ribadito: più della teoria conta il corpo a corpo con il testo, il 'piccolo punto' della prassi, il laboratorio, il cimento della scrittura. Ne sono lieto. Mi pare questa la novità. La domestica accademia delle case editrici ha passato il testimone?
 

Si ringraziano Ilide Carmignani ed Elena Rolla per aver gentilmente permesso la pubblicazione degli atti su Biblit.



[1] G. Mounin, Les problèmes théoriques de la traduction, Paris, Gallimard 1963 : XII

[2] B. Godard, "Teorizzare il discorso/traduzione femminista" , in C. Bianchi, C. Demaria e Siri Nergaard, Spettri del potere, Roma, Meltemi 2002: 237.

[3] L. Venuti, The Scandals of Translation. Towards an Ethics of Difference, London-New York, Routledge 1995;  Cfr. inoltre id., The Translator's Invisibility: A History of Translation, London-New York, Routledge 1993; trad. it. di Marina Guglielmi, L'invisibilità del traduttore. Una storia della traduzione, Roma Armando Editore 1999.

[4] F. Autermühl, Electronic Tools for Translators, Manchester, St. Jerome  2001.