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IL
MESTIERE DEL TRADUTTORE: ESPERIENZE EUROPEE A CONFRONTO |
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Presentiamo
i passi più significativi degli interventi dei relatori così come sono
stati trascritti dalla registrazione.
Peter
Bergsma La
situazione olandese è sicuramente idilliaca in confronto a quella
europea, perché esiste un sistema di sussidi statali che permette ai
traduttori letterari di vivere adeguatamente del loro lavoro. Gli
editori pagano, a cartella, una cifra che rientra nella media europea,
ma tale somma viene molto accresciuta dai sussidi governativi. Vi
sono due modi di concedere i sussidi: il primo consiste in una borsa di
lavoro di 2000 euro al mese, per un periodo che va da uno a otto mesi;
il secondo sistema, che finirà nel 2002, assegna invece al traduttore
il doppio del compenso dell'editore - triplicando quindi la cifra
iniziale - nei casi di ottima traduzione. Naturalmente c'è una giuria
che stabilisce quali traduzioni meritino il sussidio e quali no, ma non
esiste una quota fissa, un tetto ai finanziamenti, e dato che in Olanda
si traduce davvero molto, ogni anno le ottime traduzioni possono essere
numerosissime. Concludo con una nota preoccupata: il governo sostiene che questi non sono più sussidi, ma finanziamenti a traduzioni, e il futuro si profila meno roseo. Giuliano
Soria Confesso
di sentirmi un po' diviso: da un lato sono parte del mondo accademico e
forse anche un po' responsabile, avendo avuto per tre anni l'unica
cattedra di traduzione letteraria in Italia. Dall'altro, con il Grinzane,
con la rete europea Recit e con le mie traduzioni, mi sento a fianco di
chi cerca di dare un servizio e un aiuto ai traduttori, una dimensione a
volte molto lontana dal sistema universitario. La
storia della traduzione in Italia segue la storia dello sviluppo delle
facoltà di Lingue e dell'insegnamento delle lingue. Per lungo tempo
hanno contato le cattedre di lingua e letteratura, dove in realtà
l'importante era la letteratura e molto meno la lingua, e la traduzione
era considerata un elemento totalmente secondario. Da dieci anni a
questa parte hanno iniziato a nascere le cattedre, gli ordinariati di
Lingua, e con la crescita della lingua la traduzione ha cominciato ad
assumere una certa importanza. Hanno aperto i battenti le scuole
universitarie per traduttori e interpreti, prima fra tutte quella di
Trieste, dove io ho insegnato per tre anni, poi quella di Forlì. Con
il nascere delle cattedre di lingua, come dicevo, acquista maggiore
dignità sia la traduzione letteraria sia la traduzione tout court,
tanto è vero che all'interno di queste facoltà si creano addirittura
cattedre di prima fascia di traduzione letteraria. Queste cattedre sono
pochissime (una dal francese e una dall'inglese, mentre quella dallo
spagnolo è scomparsa) e spesso sono legate a urgenze all'interno
dell'università e all'autonomia di bilancio che privilegia altri
insegnamenti: il nuovo sistema universitario fa sì che discipline
legate a mondi economicamente poco esemplificativi abbiano poco spazio. Tuttavia
la traduzione letteraria nella consapevolezza e nella cultura italiana
è sempre più importante e non è vero che nel mondo accademico non si
fa nulla: in quasi tutte le facoltà italiane adesso c'è un segmento
legato alla traduzione, certo un segmento molto secondario, ma meno di
quanto non fosse quattro o dieci anni fa. La battaglia in università
ormai è vinta, è solo questione di tempo: verranno creati posti per
ricercatori di traduzione, di associato e cattedre. Ma
il vero lavoro dei traduttori è all'interno delle case editrici e la
situazione dei traduttori nelle case editrici italiane è sicuramente più
da paese del terzo mondo che non da paese europeo. Adesso
vorrei usare il mio secondo «vestito», quello di direttore del
Grinzane Cavour, che oltre a conferire premi di traduzione, fa parte
della rete europea Libro, Lettura, Traduzione, a cui appartengono in
tutto una cinquantina di istituzioni europee con rappresentanti di
diciassette stati. La rete organizza atelier di traduzione all'interno
dei vari collegi. Il Grinzane ha già tenuto un seminario su Sepúlveda
- il cui libro è uscito da Guanda -, un altro su Michael Cunningham e
l'ultimo sul cubano Abilio Estévez. La
CEE, inoltre, aiuta la traduzione con un progetto specifico che dà
sussidi alle singole traduzioni da una lingua all'altra. Dunque, benché
la cultura sia l'ultimo degli investimenti comunitari, l'attenzione alla
traduzione c'è. Se le nazioni europee dovranno dialogare, e il dialogo
culturale è fondamentale, non potranno farlo se non attraverso la
traduzione. Dobbiamo però impegnarci a far crescere i finanziamenti. Peter
Bush È
molto importante che questa tavola rotonda sia stata organizzata
all'interno di una fiera del libro, perché di solito i traduttori non
sono visibili nelle fiere del libro. Per esempio, alla Fiera del Libro
di Francoforte c'è una zona speciale - ci vuole un lasciapassare per
accedervi - dove gli agenti letterari trattano con gli editori, per
milioni di dollari, l'acquisto di libri che esisteranno solo grazie ai
traduttori. Ma i traduttori sono assolutamente tagliati fuori da queste
contrattazioni: sono invisibili. Gli editori pensano che stanno
comprando un libro di filosofia, di biologia oppure un romanzo, e che
dovranno pagarne la traduzione: per gli editori l'importante è che la
traduzione costi il meno possibile e che venga effettuata nel minor
tempo possibile. In
tutti i paesi di lingua anglosassone ogni 100 libri pubblicati solo 2
sono in traduzione. In Francia la percentuale arriva al 25%, in Brasile
all'88%, in Iran al 92%. È quindi evidente che il mercato della
traduzione nei paesi di lingua inglese è molto diverso da quello negli
altri paesi. L'Associazione dei traduttori letterari conta 450 membri,
di cui probabilmente solo 15 sono traduttori a tempo pieno, non tanto
perché le tariffe siano particolarmente basse, ma perché non c'è
abbastanza lavoro per tutti. Normalmente
le traduzioni in Gran Bretagna ricevono un sussidio da parte dell'Art
Council, il quale inoltre finanzia il Centro di traduzione letteraria
inglese che ha sede all'interno dell'Università della East Anglia, a
Norwich. Per accedere a questi sussidi, gli editori devono mandare un
campione della traduzione che viene esaminata da una giuria di editori,
traduttori e persone interessate o coinvolte nella traduzione
letteraria: se ottengono il sussidio, gli editori devono garantire che
pagheranno la tariffa minima richiesta dall'Associazione dei traduttori,
pari a 65 sterline ogni 1000 parole, equivalente a circa
50.000 lire a cartella. L'Associazione
dei traduttori invita tutti i traduttori a inviare alle case editrici un
contratto modello, che però non sempre viene accettato. L'Associazione
dei traduttori non ha un peso così grande, tuttavia fa parte della
Società degli Autori Inglesi che possiede invece un forte potere
contrattuale: questa alleanza permette quindi di ottenere condizioni
migliori. Benché
io e gli altri relatori qui presenti veniamo da paesi diversi,
traduciamo tutti per le stesse persone, perché le maggiori case
editrici fanno parte di grandi compagnie transnazionali che non
producono soltanto libri, ma videocassette, biscotti, detersivi e così
via... A capo di queste compagnie vi sono dirigenti che non si
preoccupano affatto della traduzione letteraria e che ovviamente pensano
al mercato del libro esattamente come al mercato del dentifricio. Quindi
è estremamente importante che vi siano più occasioni di dialogo come
questa, perché visto che siamo tutti nella stessa barca, possiamo
insieme sviluppare strategie per controbilanciare la situazione negativa
in cui ci troviamo e confrontarci con le situazioni di altri paesi per
capire come poter agire all'interno della nostra. Vittoria
Lo Faro Mi
ricollego a quanto detto da Peter Bush a proposito del fatto che nella
loro associazione la percentuale di coloro che vivono di traduzione è
minima, perché la stessa cosa accade in Italia. La differenza sta nel
fatto che da loro il problema è determinato da un numero decisamente
esiguo di traduzioni, mentre da noi da un numero decisamente eccessivo
di gente che pensa di essere un traduttore. Di conseguenza è automatico
parlare del percorso formativo. Naturalmente mi riferisco alla realtà
odierna, poiché - come ha detto il professor Soria - la situazione in
Italia è andata evolvendosi dal punto di vista della formazione
specifica sul campo, proprio perché i primi corsi per traduttore e
interprete, nemmeno a livello universitario, sono iniziati solo nel
1978. Tutti
i traduttori, me compresa, che lavorano da dieci, quindici anni, hanno
una laurea in lingue o altre lauree. L'AITI ha un migliaio di iscritti,
fra traduttori tecnico-scientifici e traduttori per l'editoria. Per noi
la categoria «editoriali» comprende tutti coloro che pubblicano in
regime di diritto d'autore, quindi sia i letterari propriamente detti
sia i tecnico-scientifici, vale a dire coloro che traducono non solo
testi prettamente scientifici, ma anche saggistica, storia e comunque
tutto ciò che viene pubblicato. Naturalmente, fanno parte
dell'Associazione anche gli interpreti. Limitandoci
al settore dell'editoria, fra i nostri iscritti sono in percentuale
davvero minima quelli che vivono del loro lavoro, esclusivamente di
traduzioni, mentre la maggior parte svolge anche altre attività. Molti,
grazie agli sviluppi degli ultimi anni nel campo della formazione,
insegnano traduzione all'università. Come
Associazione, consideriamo un gran successo il fatto di aver formato
parte di un gruppo tecnico presso il Ministero dell'Università e della
Ricerca Scientifica che si è occupato in particolare di rivedere il
piano di studi per la laurea con la nuova riforma del 3+2, cioè 3 anni
più il biennio successivo che porta alla laurea specialistica in
traduzione, dove è prevista anche la traduzione letteraria. Per tutto
il percorso di 5 anni, quelle che vengono definite materie
professionalizzanti (nel nostro caso, la traduzione) devono essere
insegnate da docenti qualificati dal punto di vista formativo con titoli
di studio, ma anche professionisti. Un docente che ad esempio vada a
insegnare traduzione letteraria deve aver pubblicato libri di
letteratura: non deve più accadere, come purtroppo è successo finora,
che la maggior parte dei docenti di lingua e letteratura (questo era il
settore disciplinare, come viene definito in ambito universitario) si
mettano a tradurre, senza alcuna garanzia che forniscano un prodotto
valido. Purtroppo
il problema in Italia è che non c'è la volontà da parte degli editori
di sedersi attorno a un tavolo per giungere a un qualche accordo. Noi ci
stiamo provando da anni, abbiamo tentato anche con la mediazione del
Ministero dei Beni Culturali - Divisione Editoria: le promesse sono
state tantissime, ma i risultati zero. Gli unici risultati che abbiamo
ottenuto a favore dei traduttori per l'editoria, per la parte che ci
compete naturalmente, sono stati limitati a discorsi di tipo fiscale,
perché l'interlocutore era il Ministero delle finanze, con il quale
siamo almeno in parte riusciti a parlare e a ottenere qualche risultato,
come per esempio l'aver riportato al 25% la quota di esenzione dalle
tasse per la traduzione nell'editoria, percentuale che era scesa al 15%.
È stata una battaglia abbastanza dura, anche perché l'ho condotta io
personalmente, essendo l'unica rimasta a Roma in agosto. Sono
perciò convinta che le cose si possono risolvere, se c'è però la
volontà da ambo le parti di arrivare a capirsi. In fondo sarebbe
semplice: i pochi risultati ottenuti sugli editori fino a oggi sono
sempre del singolo, che riesce a far capire alla controparte che il suo
lavoro vale quella cifra, che riesce a ottenere dall'editore (a cui non
costa assolutamente nulla) di rispettare la legge pubblicando il nome
del traduttore in copertina. Françoise
Cartano Innanzitutto
desidero ricordare una persona che non c'è più, Ester Benítez,
traduttrice dall'italiano allo spagnolo, che ha sempre combattuto
strenuamente per la causa dei traduttori. Ester era un tempo a capo
della CEATL. Negli
ultimi vent'anni in Francia c'è stato un aumento della pubblicazione di
letteratura tradotta, non so se per un maggiore interesse e una maggiore
apertura verso l'altro o per logiche di mercato. Nel nostro paese la
legge propone un quadro giuridico molto positivo, stabilito nel 1957 e
poi rivisto nel 1992-93, il quale garantisce all'autore una serie di
diritti morali che non possono essere ceduti in nessun caso, nemmeno
dopo i 70 anni. La legge sul diritto d'autore si applica pari pari ai
traduttori. La
situazione che si è creata però è assai curiosa. Per legge ci sono i
diritti proporzionali sulle vendite, che ormai in tutto il mondo si
chiamano royalties, e che per i traduttori sono il minimo, l'1%, davvero
poco se pensiamo che il 55% del prezzo del libro va alla diffusione del
volume (allo scrittore invece va il 10%). Ma l'1% è così poco che il
traduttore riceve un à-valoir, cioè un anticipo sui diritti a venire,
i quali però non si possono calcolare facendo un conto del numero dei
libri che saranno venduti, del prezzo del libro, eccetera, altrimenti
nessuno lavorerebbe, sarebbe una cifra troppo modesta. Il traduttore
riceve quindi una specie di gigantesco à-valoir che corrisponde a una
remunerazione nascosta del lavoro e che ha come effetto quello di
sopprimere la reale remunerazione del diritto d'autore. Per ammortizzare
l'à-valoir con le vendite bisognerebbe arrivare a 40, 50 mila copie
vendute, cosa che non succede spesso né in Francia né tantomeno in
Italia. Ci
troviamo dunque in una situazione curiosa, per cui nella pratica non
siamo troppo mal pagati, ma lo status d'autore non permette di
remunerare le persone: c'è questo doppio status che ci rimanda dalla
parte del creatore, ma non troppo, e dalla parte di coloro che hanno
competenze e lavorano, allo stesso titolo dell'editore, del revisore,
ecc., ma senza entrare nelle spese reali del lavoro fatto su un libro,
perché si vuole ignorare che si tratta di un lavoro. In
questo quadro, all'inizio i traduttori hanno bussato a tutte le porte
lamentandosi della loro situazione, poi hanno cominciato a organizzarsi,
presentando conferenze sulla traduzione (dopo le quali è stato un
fiorire di conferenze nelle università), cercando di sensibilizzare i
giornalisti, ma soprattutto parlando con i colleghi. Il problema dei
traduttori è infatti sempre stato l'isolamento: un'associazione
permette di informare i traduttori, farli uscire dal loro isolamento e
impedire che le informazioni arrivino solo dall'editore. Dobbiamo
saperci difendere e imporre le nostre esigenze. In
Francia abbiamo seguito due strade, oltre all'informazione dei
traduttori: abbiamo smesso di avere paura di chiedere più soldi e poi
abbiamo ottenuto sostegno da parte delle istituzioni, sotto forma di
aiuti all'edizione di opere tradotte. Un Ministro della Cultura,
anch'egli traduttore, ha imposto agli editori di fare uno sforzo affinché
i traduttori possano esercitare in condizioni meno scandalose. Il fatto
che la traduzione sia più professionalizzata ha reso i traduttori meno
timidi, si è parlato un po' di più di traduzione, i prezzi sono un po'
cresciuti e i contratti migliorati. Ritengo
che i traduttori debbano prima di tutto essere consci della specificità
del loro mestiere, una specificità linguistica, ovviamente, e
letteraria, ma non solo: il traduttore deve passare attraverso una
formazione culturale ad hoc. Per dare una formazione adeguata ai giovani
che intendono avvicinarsi alla professione in Francia vi sono specifici
diplomi post-universitari in traduzione letteraria. Magda
Olivetti Mi
è sembrato molto interessante l'intervento della signora Cartano, per
le novità che vengono dalla Francia, soprattutto per un risveglio degli
spiriti che è fondamentale e che in Italia forse non è ancora arrivato
a tal punto. In Italia il traduttore letterario non ha ancora raggiunto
la consapevolezza del proprio valore e dei propri diritti, però in
Europa, in generale, la situazione socioeconomica del traduttore
letterario è comunque sempre disastrosa e ingiusta. Ricordo
che dieci anni fa a Trieste partecipai a un convegno intitolato
"Autori e traduttori a confronto", un convegno Eco-Magris,
durante il quale parlò la traduttrice svedese del Nome della rosa.
Questa anziana signora raccontò di essere andata a lavorare in una
capanna in mezzo al bosco e in un primo momento pensai che fosse perché
l'atmosfera del bosco era legata al medioevo, ma in realtà era
soprattutto perché la signora non pagava l'affitto: questo smentì la
leggenda metropolitana che girava all'epoca, secondo la quale la Svezia
era il paradiso dei traduttori letterari. A
quello stesso convegno, mi capitò di ascoltare alcune storie
prodigiose. Umberto Eco, che insieme a Claudio Magris era una delle due
star del convegno, i due autori italiani più tradotti, raccontò come
funzionava la traduzione dei suoi libri per una casa editrice americana.
A quell'epoca credo stessero traducendo Il pendolo di Foucault. Il nome
della rosa aveva portato al successo non soltanto l'autore, ma anche il
traduttore, William Weaver, che avendo una partecipazione sui diritti,
diventò un uomo ricchissimo e se ne vantava anche: fu un caso unico al
mondo. Il secondo traduttore, che tradusse Il pendolo di Foucault, aveva
un contratto con quest'editore e percepiva un ottimo stipendio mensile,
con una scadenza elastica, per tradurre il romanzo. Lui chiese sei mesi
in più perché si era accorto che il libro era difficile e che la
traduzione richiedeva più tempo e l'editore glieli concesse, dandogli
anche tre mesi di stipendio in più per discutere la traduzione con il
redattore. Tra l'altro, il rapporto fra il traduttore letterario e il
redattore si era stabilito fin dall'inizio: anche questa è una cosa
idilliaca, perché normalmente i rapporti fra i traduttori letterari e i
revisori sono rapporti perversi, per profonde ragioni psicologiche su
cui ora non posso dilungarmi. Poi
venni a sapere che questo sistema di retribuzione, con un buon stipendio
da professionista (da avvocato, da dentista, ecc.), non era una pratica
usata soltanto negli Stati Uniti e da quella casa editrice, ma anche in
Giappone esistevano situazioni del genere.. È evidente che in un paese
come l'Italia questo è impossibile, nessun editore può dare a un
traduttore letterario bravissimo quel che si merita, non può: può
pagarlo di più, può venirgli incontro, ma se un editore lungimirante,
illuminato, volesse pagare il traduttore letterario in modo da
permettergli di fare una bella vita, crollerebbe finanziariamente il
giorno dopo, perché in effetti la traduzione è comunque un costo
aggiunto. È
stato molto interessante sentire che in Olanda esiste un sistema di
sovvenzioni, anche se è un sistema poco agibile, perché dover
giudicare la bontà di una traduzione ogni volta che il traduttore la
fa, rende un po' instabile la sua vita perché non sa se guadagnerà un
milione al mese o 4 milioni al mese. La cosa mi sembra poco realistica,
poco realizzabile e poi può andar bene in Olanda, dove il numero di
traduttori è esiguo, ma non può andar bene dove ce ne sono molti di più.
Ritengo
che l'ideale utopico a cui dovremmo tendere sia la soluzione americana,
prospettata da Umberto Eco, parlando di utopia non come di un desiderio
irrealizzabile, bensì come di una bella possibilità, difficile da
realizzare, secondo il concetto di Musil dell'utopia. Penso anche che
sarebbe bene che il problema venisse risolto a livello almeno europeo,
in maniera che ci fosse molto più scambio e collaborazione tra i vari
paesi. In
Europa esiste un fondo per le traduzioni di alto livello, a Bruxelles,
mi pare che la direttrice sia una signora torinese, Enrica Noera; questo
fondo però non è mai servito a pagare i traduttori. Ignoro poi quale
sia l'entità di questo fondo. Pensiamo a quanto l'Europa fa per la
formazione, anche soltanto in Italia, miliardi e miliardi vengono dati
alle regioni e spesso gran parte di questi fondi non viene utilizzata.
Per la traduzione invece non esiste una cosa del genere, perché non è
un'esigenza legata direttamente al lavoro, all'imprenditoria, insomma
non è legata a bisogni pratici, ma a bisogni morali e culturali. È
bene che ci si renda conto, che si formi un'opinione europea
sull'importanza, sull'imprescindibilità della traduzione letteraria,
come forma più alta della trasmissione di cultura tra i paesi. I
traduttori devono essere considerati una priorità. Ma come si può
immaginare che arrivino questi sussidi per le traduzioni? Intanto,
dovrebbero essere dei sussidi incrociati, cioè dei sussidi per cui se
l'editore italiano traduce un libro dal tedesco, dev'essere la Germania
a pagare uno stipendio al traduttore; se invece è la Francia che decide
di tradurre un libro dall'italiano, sarà l'Italia a provvedere. In ogni
caso un simile tipo di organizzazione deve essere studiato da giuristi e
persone esperte in questo campo. L'importante è capire se questi fondi esistono o non
esistono. Se ci fosse questa retribuzione professionale di, mettiamo, 5
milioni di lire al mese per un traduttore italiano, sarebbero 50 milioni
all'anno, se fossero cento traduttori sarebbero 5 miliardi, per 500
traduttori, 25 miliardi: cosa sono 25 miliardi rispetto alle migliaia di
miliardi che vengono dati per tante altre cose? Secondo me l'utopia è
realizzabilissima, ci vuole solo una grande volontà e una grande
coesione. Ma
c'è un'altra questione: è molto difficile giudicare quali sono i libri
da considerare letteratura, che devono essere affidati a traduttori
letterari. Ci sono libri facilissimi da tradurre, altri difficilissimi,
e ci vorrebbe un criterio intelligente, ma non sarà molto difficile
elaborare un criterio di questo tipo. Considerate quanto sia ridicolo il
compenso a cartella: un compenso quantitativo in base al numero di
parole, di battute che un traduttore scrive, è come se, prendendo
l'esempio della musica, un pianista fosse retribuito in base al numero
di note dello spartito e un direttore d'orchestra in base al numero di
pagine dello spartito. È chiaro che ci può essere una parte legata
alla quantità, è giusto che sia così perché si devono contare le
pagine, e questa parte la può pagare l'editore; a tutto il resto, che
può conferire dignità al traduttore letterario, ci deve pensare
l'Europa. Ramón
Sánchez Lizarralde Cercherò
di presentare brevemente un panorama della situazione del mio paese. A
noi traduttori letterari spagnoli aprirono la porta del limbo nel 1987,
quando una nuova legge sulla proprietà intellettuale ci equiparò agli
autori in senso stretto. Fino ad allora nelle case editrici spagnole la
norma era quasi sempre il disprezzo. La traduzione veniva acquistata una
volta per tutte e il traduttore non rientrava più in possesso dei
propri diritti d'autore. In
Spagna l'industria editoriale, in particolare quella legata alla
traduzione, è molto importante dal punto di vista economico, perché le
case editrici non vendono libri solo in Spagna, ma in quasi tutta
l'America Latina e anche negli Stati Uniti. Circa 16.000 titoli all'anno
della produzione spagnola sono traduzioni e questo mi fa sospettare che,
quando si sostiene l'invisibilità del traduttore, lo si faccia per
motivi ben precisi di tipo economico e finanziario. Non
voglio entrare nei dettagli, ma la nostra situazione dal punto di vista
legale è praticamente la stessa dei colleghi francesi. Il processo di
accentramento finanziario nel settore editoriale sta però producendo
effetti perversi. Un gran numero di editori oggi in Spagna impone
contratti che sono contrari a quelli di legge, e le tariffe degli
anticipi sui compensi sono meno della metà di quelle in uso in Francia.
Tutto ciò è aggravato dal fatto che in Spagna i traduttori formano un
gruppo molto vasto, ma anche molto disperso e assai poco consapevole dei
propri diritti e della necessità di agire come gruppo compatto. Di
fatto in Spagna esistono quattro diverse organizzazioni di traduttori,
che corrispondono alle quattro lingue ufficiali spagnole, più una
quinta associazione dei traduttori che traducono in spagnolo e sono
residenti in Catalogna. Fortunatamente negli ultimi anni il processo di
coesione di questi diversi enti è andato avanzando, e questo ci ha
permesso di portare a termine alcune iniziative. L'ente
di cui sono stato presidente fino a febbraio, che è la più grande
associazione di traduttori letterari in Spagna, aveva come primo scopo
quello di sensibilizzare l'opinione pubblica, di renderla cosciente
della dignità della funzione sociale del traduttore, in una società
che fino a quel momento non ne aveva la più pallida idea, naturalmente
nell'ambito di quanti sono interessati alla letteratura. Proprio per
questo, da alcuni anni abbiamo intrapreso la pubblicazione di una
rivista sulla traduzione letteraria, ogni anno organizziamo un convegno,
le Giornate sulla traduzione, e parallelamente c'è uno sforzo continuo
per essere presenti sui giornali specializzati, tanto sui quotidiani
quanto sui periodici. Inoltre
ci siamo sforzati di compiere un'analisi oggettiva per conoscere la
realtà della traduzione nel nostro paese, per poter operare su di essa.
È stato grazie alla pubblicazione di un libro bianco sulla traduzione,
uscito quattro anni fa a seguito di quest'analisi della realtà
spagnola, che gli editori, la Federazione degli editori spagnoli, per la
prima volta nella storia hanno deciso di sedersi intorno a un tavolo e
negoziare un contratto. Attualmente
abbiamo un modello di contratto concordato dalla nostra associazione con
la federazione degli editori spagnoli. Si tratta di un modello
sicuramente vantaggioso per i traduttori rispetto alla situazione
precedente, ma non è obbligatorio, non c'è possibilità di costringere
gli editori ad adottarlo, perché in questo momento le leggi europee
proibiscono di imporre un determinato contratto. In
questi ultimi tempi purtroppo si sta verificando un nuovo fenomeno che
in qualche modo mette a rischio quanto avevamo ottenuto: i più grandi
gruppi editoriali spagnoli si stanno rifiutando di utilizzare il modello
di contratto da loro stessi concordato con l'associazione. Tutto questo
fa parte di una ben precisa strategia che mira a cambiare la legge
spagnola sulla proprietà intellettuale: gli editori vogliono
l'annullamento dei diritti morali e l'eliminazione del diritto al
compenso proporzionale, al copyright. I grandi gruppi editoriali, anche
in vista del nuovo mercato che si apre con Internet, vogliono avere
tutti i diritti di sfruttamento dei testi. Chiudo con un invito preoccupato: bisogna unirsi per evitare che la legge sulla proprietà intellettuale venga in qualche modo vanificata in tutta Europa. |