IL MESTIERE DEL TRADUTTORE: ESPERIENZE EUROPEE A CONFRONTO

Tavola rotonda a cura di Ilide Carmignani ed Elena Rolla
Con l'intervento di:
Peter Bergsma (CEATL), Peter Bush (FIT), Françoise Cartano (ATLF), Vittoria Lo Faro (AITI), Magda Olivetti (SETL), Ramón Sánchez Lizarralde (ACE Traductores), Giuliano Soria (Collegio Traduttori Grinzane Cavour)

Moderatrice: Rossella Bernascone

 

Presentiamo i passi più significativi degli interventi dei relatori così come sono stati trascritti dalla registrazione.
L'incontro si è tenuto il
18 maggio 2001, nell'ambito della Fiera del Libro di Torino.
 
Si ringraziano Ilide Carmignani ed Elena Rolla per aver gentilmente
permesso la pubblicazione degli atti su Biblit.

Peter Bergsma
Direttore del Collegio dei Traduttori Letterari di Amsterdam, ha tradotto opere di Golding, Hemingway, Lowry, Nabokov, Pynchon, Steiner e Twain. È presidente uscente della CEATL, che raggruppa tutte le associazioni europee di traduttori letterari, ed è vicepresidente di Récit, la rete dei collegi di traduttori letterari europei.

La situazione olandese è sicuramente idilliaca in confronto a quella europea, perché esiste un sistema di sussidi statali che permette ai traduttori letterari di vivere adeguatamente del loro lavoro. Gli editori pagano, a cartella, una cifra che rientra nella media europea, ma tale somma viene molto accresciuta dai sussidi governativi.

Vi sono due modi di concedere i sussidi: il primo consiste in una borsa di lavoro di 2000 euro al mese, per un periodo che va da uno a otto mesi; il secondo sistema, che finirà nel 2002, assegna invece al traduttore il doppio del compenso dell'editore - triplicando quindi la cifra iniziale - nei casi di ottima traduzione. Naturalmente c'è una giuria che stabilisce quali traduzioni meritino il sussidio e quali no, ma non esiste una quota fissa, un tetto ai finanziamenti, e dato che in Olanda si traduce davvero molto, ogni anno le ottime traduzioni possono essere numerosissime.

Concludo con una nota preoccupata: il governo sostiene che questi non sono più sussidi, ma finanziamenti a traduzioni, e il futuro si profila meno roseo.

Giuliano Soria
Professore ordinario di Letteratura Spagnola presso l'Università di Roma, traduttore letterario e presidente dell'Associazione Grinzane Cavour, che ogni anno concede un premio alla traduzione ed è il principale sponsor del Collegio dei traduttori italiani.

Confesso di sentirmi un po' diviso: da un lato sono parte del mondo accademico e forse anche un po' responsabile, avendo avuto per tre anni l'unica cattedra di traduzione letteraria in Italia. Dall'altro, con il Grinzane, con la rete europea Recit e con le mie traduzioni, mi sento a fianco di chi cerca di dare un servizio e un aiuto ai traduttori, una dimensione a volte molto lontana dal sistema universitario.

La storia della traduzione in Italia segue la storia dello sviluppo delle facoltà di Lingue e dell'insegnamento delle lingue. Per lungo tempo hanno contato le cattedre di lingua e letteratura, dove in realtà l'importante era la letteratura e molto meno la lingua, e la traduzione era considerata un elemento totalmente secondario. Da dieci anni a questa parte hanno iniziato a nascere le cattedre, gli ordinariati di Lingua, e con la crescita della lingua la traduzione ha cominciato ad assumere una certa importanza. Hanno aperto i battenti le scuole universitarie per traduttori e interpreti, prima fra tutte quella di Trieste, dove io ho insegnato per tre anni, poi quella di Forlì.

 Con il nascere delle cattedre di lingua, come dicevo, acquista maggiore dignità sia la traduzione letteraria sia la traduzione tout court, tanto è vero che all'interno di queste facoltà si creano addirittura cattedre di prima fascia di traduzione letteraria. Queste cattedre sono pochissime (una dal francese e una dall'inglese, mentre quella dallo spagnolo è scomparsa) e spesso sono legate a urgenze all'interno dell'università e all'autonomia di bilancio che privilegia altri insegnamenti: il nuovo sistema universitario fa sì che discipline legate a mondi economicamente poco esemplificativi abbiano poco spazio.

Tuttavia la traduzione letteraria nella consapevolezza e nella cultura italiana è sempre più importante e non è vero che nel mondo accademico non si fa nulla: in quasi tutte le facoltà italiane adesso c'è un segmento legato alla traduzione, certo un segmento molto secondario, ma meno di quanto non fosse quattro o dieci anni fa. La battaglia in università ormai è vinta, è solo questione di tempo: verranno creati posti per ricercatori di traduzione, di associato e cattedre.

Ma il vero lavoro dei traduttori è all'interno delle case editrici e la situazione dei traduttori nelle case editrici italiane è sicuramente più da paese del terzo mondo che non da paese europeo.

Adesso vorrei usare il mio secondo «vestito», quello di direttore del Grinzane Cavour, che oltre a conferire premi di traduzione, fa parte della rete europea Libro, Lettura, Traduzione, a cui appartengono in tutto una cinquantina di istituzioni europee con rappresentanti di diciassette stati. La rete organizza atelier di traduzione all'interno dei vari collegi. Il Grinzane ha già tenuto un seminario su Sepúlveda - il cui libro è uscito da Guanda -, un altro su Michael Cunningham e l'ultimo sul cubano Abilio Estévez.

La CEE, inoltre, aiuta la traduzione con un progetto specifico che dà sussidi alle singole traduzioni da una lingua all'altra. Dunque, benché la cultura sia l'ultimo degli investimenti comunitari, l'attenzione alla traduzione c'è. Se le nazioni europee dovranno dialogare, e il dialogo culturale è fondamentale, non potranno farlo se non attraverso la traduzione. Dobbiamo però impegnarci a far crescere i finanziamenti.

Peter Bush
Direttore del British Centre for Literary Translation, professore ordinario presso
l'Università della East Anglia, vicepresidente della FIT (Federazione Internazionale Traduttori), è traduttore letterario dallo spagnolo (Goytisolo, Sepúlveda). È inoltre l'editore della rivista dei traduttori letterari inglesi, In other words.

È molto importante che questa tavola rotonda sia stata organizzata all'interno di una fiera del libro, perché di solito i traduttori non sono visibili nelle fiere del libro. Per esempio, alla Fiera del Libro di Francoforte c'è una zona speciale - ci vuole un lasciapassare per accedervi - dove gli agenti letterari trattano con gli editori, per milioni di dollari, l'acquisto di libri che esisteranno solo grazie ai traduttori. Ma i traduttori sono assolutamente tagliati fuori da queste contrattazioni: sono invisibili. Gli editori pensano che stanno comprando un libro di filosofia, di biologia oppure un romanzo, e che dovranno pagarne la traduzione: per gli editori l'importante è che la traduzione costi il meno possibile e che venga effettuata nel minor tempo possibile.

In tutti i paesi di lingua anglosassone ogni 100 libri pubblicati solo 2 sono in traduzione. In Francia la percentuale arriva al 25%, in Brasile all'88%, in Iran al 92%. È  quindi evidente che il mercato della traduzione nei paesi di lingua inglese è molto diverso da quello negli altri paesi. L'Associazione dei traduttori letterari conta 450 membri, di cui probabilmente solo 15 sono traduttori a tempo pieno, non tanto perché le tariffe siano particolarmente basse, ma perché non c'è abbastanza lavoro per tutti.

Normalmente le traduzioni in Gran Bretagna ricevono un sussidio da parte dell'Art Council, il quale inoltre finanzia il Centro di traduzione letteraria inglese che ha sede all'interno dell'Università della East Anglia, a Norwich. Per accedere a questi sussidi, gli editori devono mandare un campione della traduzione che viene esaminata da una giuria di editori, traduttori e persone interessate o coinvolte nella traduzione letteraria: se ottengono il sussidio, gli editori devono garantire che pagheranno la tariffa minima richiesta dall'Associazione dei traduttori, pari a 65 sterline ogni 1000 parole, equivalente a circa  50.000 lire a cartella.

L'Associazione dei traduttori invita tutti i traduttori a inviare alle case editrici un contratto modello, che però non sempre viene accettato. L'Associazione dei traduttori non ha un peso così grande, tuttavia fa parte della Società degli Autori Inglesi che possiede invece un forte potere contrattuale: questa alleanza permette quindi di ottenere condizioni migliori.

Benché io e gli altri relatori qui presenti veniamo da paesi diversi, traduciamo tutti per le stesse persone, perché le maggiori case editrici fanno parte di grandi compagnie transnazionali che non producono soltanto libri, ma videocassette, biscotti, detersivi e così via... A capo di queste compagnie vi sono dirigenti che non si preoccupano affatto della traduzione letteraria e che ovviamente pensano al mercato del libro esattamente come al mercato del dentifricio. Quindi è estremamente importante che vi siano più occasioni di dialogo come questa, perché visto che siamo tutti nella stessa barca, possiamo insieme sviluppare strategie per controbilanciare la situazione negativa in cui ci troviamo e confrontarci con le situazioni di altri paesi per capire come poter agire all'interno della nostra.

Vittoria Lo Faro
Presidentessa dell'AITI, Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, insegna traduzione dall'inglese all'italiano presso l'Università San Pio di Roma.

 Mi ricollego a quanto detto da Peter Bush a proposito del fatto che nella loro associazione la percentuale di coloro che vivono di traduzione è minima, perché la stessa cosa accade in Italia. La differenza sta nel fatto che da loro il problema è determinato da un numero decisamente esiguo di traduzioni, mentre da noi da un numero decisamente eccessivo di gente che pensa di essere un traduttore. Di conseguenza è automatico parlare del percorso formativo. Naturalmente mi riferisco alla realtà odierna, poiché - come ha detto il professor Soria - la situazione in Italia è andata evolvendosi dal punto di vista della formazione specifica sul campo, proprio perché i primi corsi per traduttore e interprete, nemmeno a livello universitario, sono iniziati solo nel 1978.

Tutti i traduttori, me compresa, che lavorano da dieci, quindici anni, hanno una laurea in lingue o altre lauree. L'AITI ha un migliaio di iscritti, fra traduttori tecnico-scientifici e traduttori per l'editoria. Per noi la categoria «editoriali» comprende tutti coloro che pubblicano in regime di diritto d'autore, quindi sia i letterari propriamente detti sia i tecnico-scientifici, vale a dire coloro che traducono non solo testi prettamente scientifici, ma anche saggistica, storia e comunque tutto ciò che viene pubblicato. Naturalmente, fanno parte dell'Associazione anche gli interpreti.

 Limitandoci al settore dell'editoria, fra i nostri iscritti sono in percentuale davvero minima quelli che vivono del loro lavoro, esclusivamente di traduzioni, mentre la maggior parte svolge anche altre attività. Molti, grazie agli sviluppi degli ultimi anni nel campo della formazione, insegnano traduzione all'università.

Come Associazione, consideriamo un gran successo il fatto di aver formato parte di un gruppo tecnico presso il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica che si è occupato in particolare di rivedere il piano di studi per la laurea con la nuova riforma del 3+2, cioè 3 anni più il biennio successivo che porta alla laurea specialistica in traduzione, dove è prevista anche la traduzione letteraria. Per tutto il percorso di 5 anni, quelle che vengono definite materie professionalizzanti (nel nostro caso, la traduzione) devono essere insegnate da docenti qualificati dal punto di vista formativo con titoli di studio, ma anche professionisti. Un docente che ad esempio vada a insegnare traduzione letteraria deve aver pubblicato libri di letteratura: non deve più accadere, come purtroppo è successo finora, che la maggior parte dei docenti di lingua e letteratura (questo era il settore disciplinare, come viene definito in ambito universitario) si mettano a tradurre, senza alcuna garanzia che forniscano un prodotto valido.

Purtroppo il problema in Italia è che non c'è la volontà da parte degli editori di sedersi attorno a un tavolo per giungere a un qualche accordo. Noi ci stiamo provando da anni, abbiamo tentato anche con la mediazione del Ministero dei Beni Culturali - Divisione Editoria: le promesse sono state tantissime, ma i risultati zero. Gli unici risultati che abbiamo ottenuto a favore dei traduttori per l'editoria, per la parte che ci compete naturalmente, sono stati limitati a discorsi di tipo fiscale, perché l'interlocutore era il Ministero delle finanze, con il quale siamo almeno in parte riusciti a parlare e a ottenere qualche risultato, come per esempio l'aver riportato al 25% la quota di esenzione dalle tasse per la traduzione nell'editoria, percentuale che era scesa al 15%. È stata una battaglia abbastanza dura, anche perché l'ho condotta io personalmente, essendo l'unica rimasta a Roma in agosto.

Sono perciò convinta che le cose si possono risolvere, se c'è però la volontà da ambo le parti di arrivare a capirsi. In fondo sarebbe semplice: i pochi risultati ottenuti sugli editori fino a oggi sono sempre del singolo, che riesce a far capire alla controparte che il suo lavoro vale quella cifra, che riesce a ottenere dall'editore (a cui non costa assolutamente nulla) di rispettare la legge pubblicando il nome del traduttore in copertina.

Françoise Cartano
Traduttrice letteraria dall'inglese, dirige l'Atelier di traduzione letteraria dell'Università di Paris VII ed è membro del comitato direttivo dell'Associazione dei Traduttori Letterari Francesi e della Societé de Gens des Lettres.

Innanzitutto desidero ricordare una persona che non c'è più, Ester Benítez, traduttrice dall'italiano allo spagnolo, che ha sempre combattuto strenuamente per la causa dei traduttori. Ester era un tempo a capo della CEATL.

Negli ultimi vent'anni in Francia c'è stato un aumento della pubblicazione di letteratura tradotta, non so se per un maggiore interesse e una maggiore apertura verso l'altro o per logiche di mercato. Nel nostro paese la legge propone un quadro giuridico molto positivo, stabilito nel 1957 e poi rivisto nel 1992-93, il quale garantisce all'autore una serie di diritti morali che non possono essere ceduti in nessun caso, nemmeno dopo i 70 anni. La legge sul diritto d'autore si applica pari pari ai traduttori.

La situazione che si è creata però è assai curiosa. Per legge ci sono i diritti proporzionali sulle vendite, che ormai in tutto il mondo si chiamano royalties, e che per i traduttori sono il minimo, l'1%, davvero poco se pensiamo che il 55% del prezzo del libro va alla diffusione del volume (allo scrittore invece va il 10%). Ma l'1% è così poco che il traduttore riceve un à-valoir, cioè un anticipo sui diritti a venire, i quali però non si possono calcolare facendo un conto del numero dei libri che saranno venduti, del prezzo del libro, eccetera, altrimenti nessuno lavorerebbe, sarebbe una cifra troppo modesta. Il traduttore riceve quindi una specie di gigantesco à-valoir che corrisponde a una remunerazione nascosta del lavoro e che ha come effetto quello di sopprimere la reale remunerazione del diritto d'autore. Per ammortizzare l'à-valoir con le vendite bisognerebbe arrivare a 40, 50 mila copie vendute, cosa che non succede spesso né in Francia né tantomeno in Italia.

Ci troviamo dunque in una situazione curiosa, per cui nella pratica non siamo troppo mal pagati, ma lo status d'autore non permette di remunerare le persone: c'è questo doppio status che ci rimanda dalla parte del creatore, ma non troppo, e dalla parte di coloro che hanno competenze e lavorano, allo stesso titolo dell'editore, del revisore, ecc., ma senza entrare nelle spese reali del lavoro fatto su un libro, perché si vuole ignorare che si tratta di un lavoro.

In questo quadro, all'inizio i traduttori hanno bussato a tutte le porte lamentandosi della loro situazione, poi hanno cominciato a organizzarsi, presentando conferenze sulla traduzione (dopo le quali è stato un fiorire di conferenze nelle università), cercando di sensibilizzare i giornalisti, ma soprattutto parlando con i colleghi. Il problema dei traduttori è infatti sempre stato l'isolamento: un'associazione permette di informare i traduttori, farli uscire dal loro isolamento e impedire che le informazioni arrivino solo dall'editore. Dobbiamo saperci difendere e imporre le nostre esigenze.

In Francia abbiamo seguito due strade, oltre all'informazione dei traduttori: abbiamo smesso di avere paura di chiedere più soldi e poi abbiamo ottenuto sostegno da parte delle istituzioni, sotto forma di aiuti all'edizione di opere tradotte. Un Ministro della Cultura, anch'egli traduttore, ha imposto agli editori di fare uno sforzo affinché i traduttori possano esercitare in condizioni meno scandalose. Il fatto che la traduzione sia più professionalizzata ha reso i traduttori meno timidi, si è parlato un po' di più di traduzione, i prezzi sono un po' cresciuti e i contratti migliorati.

 Ritengo che i traduttori debbano prima di tutto essere consci della specificità del loro mestiere, una specificità linguistica, ovviamente, e letteraria, ma non solo: il traduttore deve passare attraverso una formazione culturale ad hoc. Per dare una formazione adeguata ai giovani che intendono avvicinarsi alla professione in Francia vi sono specifici diplomi post-universitari in traduzione letteraria.

Magda Olivetti
Traduttrice letteraria dal tedesco (Musil, Rilke, Schnitzler), si è interessata attivamente al problema dello status del traduttore organizzando due convegni con l'Università di Trieste e quindi si è occupata di formazione, con la Scuola Europea di Traduzione Letteraria, nata nel 1992 a Torino e trasferitasi poi a Firenze.

Mi è sembrato molto interessante l'intervento della signora Cartano, per le novità che vengono dalla Francia, soprattutto per un risveglio degli spiriti che è fondamentale e che in Italia forse non è ancora arrivato a tal punto. In Italia il traduttore letterario non ha ancora raggiunto la consapevolezza del proprio valore e dei propri diritti, però in Europa, in generale, la situazione socioeconomica del traduttore letterario è comunque sempre disastrosa e ingiusta.

Ricordo che dieci anni fa a Trieste partecipai a un convegno intitolato "Autori e traduttori a confronto", un convegno Eco-Magris, durante il quale parlò la traduttrice svedese del Nome della rosa. Questa anziana signora raccontò di essere andata a lavorare in una capanna in mezzo al bosco e in un primo momento pensai che fosse perché l'atmosfera del bosco era legata al medioevo, ma in realtà era soprattutto perché la signora non pagava l'affitto: questo smentì la leggenda metropolitana che girava all'epoca, secondo la quale la Svezia era il paradiso dei traduttori letterari.

A quello stesso convegno, mi capitò di ascoltare alcune storie prodigiose. Umberto Eco, che insieme a Claudio Magris era una delle due star del convegno, i due autori italiani più tradotti, raccontò come funzionava la traduzione dei suoi libri per una casa editrice americana. A quell'epoca credo stessero traducendo Il pendolo di Foucault. Il nome della rosa aveva portato al successo non soltanto l'autore, ma anche il traduttore, William Weaver, che avendo una partecipazione sui diritti, diventò un uomo ricchissimo e se ne vantava anche: fu un caso unico al mondo. Il secondo traduttore, che tradusse Il pendolo di Foucault, aveva un contratto con quest'editore e percepiva un ottimo stipendio mensile, con una scadenza elastica, per tradurre il romanzo. Lui chiese sei mesi in più perché si era accorto che il libro era difficile e che la traduzione richiedeva più tempo e l'editore glieli concesse, dandogli anche tre mesi di stipendio in più per discutere la traduzione con il redattore. Tra l'altro, il rapporto fra il traduttore letterario e il redattore si era stabilito fin dall'inizio: anche questa è una cosa idilliaca, perché normalmente i rapporti fra i traduttori letterari e i revisori sono rapporti perversi, per profonde ragioni psicologiche su cui ora non posso dilungarmi.

Poi venni a sapere che questo sistema di retribuzione, con un buon stipendio da professionista (da avvocato, da dentista, ecc.), non era una pratica usata soltanto negli Stati Uniti e da quella casa editrice, ma anche in Giappone esistevano situazioni del genere.. È evidente che in un paese come l'Italia questo è impossibile, nessun editore può dare a un traduttore letterario bravissimo quel che si merita, non può: può pagarlo di più, può venirgli incontro, ma se un editore lungimirante, illuminato, volesse pagare il traduttore letterario in modo da permettergli di fare una bella vita, crollerebbe finanziariamente il giorno dopo, perché in effetti la traduzione è comunque un costo aggiunto.

È stato molto interessante sentire che in Olanda esiste un sistema di sovvenzioni, anche se è un sistema poco agibile, perché dover giudicare la bontà di una traduzione ogni volta che il traduttore la fa, rende un po' instabile la sua vita perché non sa se guadagnerà un milione al mese o 4 milioni al mese. La cosa mi sembra poco realistica, poco realizzabile e poi può andar bene in Olanda, dove il numero di traduttori è esiguo, ma non può andar bene dove ce ne sono molti di più.

Ritengo che l'ideale utopico a cui dovremmo tendere sia la soluzione americana, prospettata da Umberto Eco, parlando di utopia non come di un desiderio irrealizzabile, bensì come di una bella possibilità, difficile da realizzare, secondo il concetto di Musil dell'utopia. Penso anche che sarebbe bene che il problema venisse risolto a livello almeno europeo, in maniera che ci fosse molto più scambio e collaborazione tra i vari paesi.

In Europa esiste un fondo per le traduzioni di alto livello, a Bruxelles, mi pare che la direttrice sia una signora torinese, Enrica Noera; questo fondo però non è mai servito a pagare i traduttori. Ignoro poi quale sia l'entità di questo fondo. Pensiamo a quanto l'Europa fa per la formazione, anche soltanto in Italia, miliardi e miliardi vengono dati alle regioni e spesso gran parte di questi fondi non viene utilizzata. Per la traduzione invece non esiste una cosa del genere, perché non è un'esigenza legata direttamente al lavoro, all'imprenditoria, insomma non è legata a bisogni pratici, ma a bisogni morali e culturali.

È bene che ci si renda conto, che si formi un'opinione europea sull'importanza, sull'imprescindibilità della traduzione letteraria, come forma più alta della trasmissione di cultura tra i paesi. I traduttori devono essere considerati una priorità. Ma come si può immaginare che arrivino questi sussidi per le traduzioni? Intanto, dovrebbero essere dei sussidi incrociati, cioè dei sussidi per cui se l'editore italiano traduce un libro dal tedesco, dev'essere la Germania a pagare uno stipendio al traduttore; se invece è la Francia che decide di tradurre un libro dall'italiano, sarà l'Italia a provvedere. In ogni caso un simile tipo di organizzazione deve essere studiato da giuristi e persone esperte in questo campo.

 L'importante è capire se questi fondi esistono o non esistono. Se ci fosse questa retribuzione professionale di, mettiamo, 5 milioni di lire al mese per un traduttore italiano, sarebbero 50 milioni all'anno, se fossero cento traduttori sarebbero 5 miliardi, per 500 traduttori, 25 miliardi: cosa sono 25 miliardi rispetto alle migliaia di miliardi che vengono dati per tante altre cose? Secondo me l'utopia è realizzabilissima, ci vuole solo una grande volontà e una grande coesione.

Ma c'è un'altra questione: è molto difficile giudicare quali sono i libri da considerare letteratura, che devono essere affidati a traduttori letterari. Ci sono libri facilissimi da tradurre, altri difficilissimi, e ci vorrebbe un criterio intelligente, ma non sarà molto difficile elaborare un criterio di questo tipo. Considerate quanto sia ridicolo il compenso a cartella: un compenso quantitativo in base al numero di parole, di battute che un traduttore scrive, è come se, prendendo l'esempio della musica, un pianista fosse retribuito in base al numero di note dello spartito e un direttore d'orchestra in base al numero di pagine dello spartito. È chiaro che ci può essere una parte legata alla quantità, è giusto che sia così perché si devono contare le pagine, e questa parte la può pagare l'editore; a tutto il resto, che può conferire dignità al traduttore letterario, ci deve pensare l'Europa.

Ramón Sánchez Lizarralde
Traduttore letterario dall'albanese, è Presidente del Dipartimento di Interpretariato e Lingue del Ministero degli Esteri spagnolo e direttore uscente di ACE Traductores, l'associazione dei traduttori letterari spagnoli.

 Cercherò di presentare brevemente un panorama della situazione del mio paese. A noi traduttori letterari spagnoli aprirono la porta del limbo nel 1987, quando una nuova legge sulla proprietà intellettuale ci equiparò agli autori in senso stretto. Fino ad allora nelle case editrici spagnole la norma era quasi sempre il disprezzo. La traduzione veniva acquistata una volta per tutte e il traduttore non rientrava più in possesso dei propri diritti d'autore.

In Spagna l'industria editoriale, in particolare quella legata alla traduzione, è molto importante dal punto di vista economico, perché le case editrici non vendono libri solo in Spagna, ma in quasi tutta l'America Latina e anche negli Stati Uniti. Circa 16.000 titoli all'anno della produzione spagnola sono traduzioni e questo mi fa sospettare che, quando si sostiene l'invisibilità del traduttore, lo si faccia per motivi ben precisi di tipo economico e finanziario.

Non voglio entrare nei dettagli, ma la nostra situazione dal punto di vista legale è praticamente la stessa dei colleghi francesi. Il processo di accentramento finanziario nel settore editoriale sta però producendo effetti perversi. Un gran numero di editori oggi in Spagna impone contratti che sono contrari a quelli di legge, e le tariffe degli anticipi sui compensi sono meno della metà di quelle in uso in Francia. Tutto ciò è aggravato dal fatto che in Spagna i traduttori formano un gruppo molto vasto, ma anche molto disperso e assai poco consapevole dei propri diritti e della necessità di agire come gruppo compatto.

Di fatto in Spagna esistono quattro diverse organizzazioni di traduttori, che corrispondono alle quattro lingue ufficiali spagnole, più una quinta associazione dei traduttori che traducono in spagnolo e sono residenti in Catalogna. Fortunatamente negli ultimi anni il processo di coesione di questi diversi enti è andato avanzando, e questo ci ha permesso di portare a termine alcune iniziative.

L'ente di cui sono stato presidente fino a febbraio, che è la più grande associazione di traduttori letterari in Spagna, aveva come primo scopo quello di sensibilizzare l'opinione pubblica, di renderla cosciente della dignità della funzione sociale del traduttore, in una società che fino a quel momento non ne aveva la più pallida idea, naturalmente nell'ambito di quanti sono interessati alla letteratura. Proprio per questo, da alcuni anni abbiamo intrapreso la pubblicazione di una rivista sulla traduzione letteraria, ogni anno organizziamo un convegno, le Giornate sulla traduzione, e parallelamente c'è uno sforzo continuo per essere presenti sui giornali specializzati, tanto sui quotidiani quanto sui periodici.

Inoltre ci siamo sforzati di compiere un'analisi oggettiva per conoscere la realtà della traduzione nel nostro paese, per poter operare su di essa. È stato grazie alla pubblicazione di un libro bianco sulla traduzione, uscito quattro anni fa a seguito di quest'analisi della realtà spagnola, che gli editori, la Federazione degli editori spagnoli, per la prima volta nella storia hanno deciso di sedersi intorno a un tavolo e negoziare un contratto.

Attualmente abbiamo un modello di contratto concordato dalla nostra associazione con la federazione degli editori spagnoli. Si tratta di un modello sicuramente vantaggioso per i traduttori rispetto alla situazione precedente, ma non è obbligatorio, non c'è possibilità di costringere gli editori ad adottarlo, perché in questo momento le leggi europee proibiscono di imporre un determinato contratto.

In questi ultimi tempi purtroppo si sta verificando un nuovo fenomeno che in qualche modo mette a rischio quanto avevamo ottenuto: i più grandi gruppi editoriali spagnoli si stanno rifiutando di utilizzare il modello di contratto da loro stessi concordato con l'associazione. Tutto questo fa parte di una ben precisa strategia che mira a cambiare la legge spagnola sulla proprietà intellettuale: gli editori vogliono l'annullamento dei diritti morali e l'eliminazione del diritto al compenso proporzionale, al copyright. I grandi gruppi editoriali, anche in vista del nuovo mercato che si apre con Internet, vogliono avere tutti i diritti di sfruttamento dei testi.

Chiudo con un invito preoccupato: bisogna unirsi per evitare che la legge sulla proprietà intellettuale venga in qualche modo vanificata in tutta Europa.